Pianosequenza di una fine – la fine delle fini

non sono un blogger né un cronista. Se fossi qualcosa del genere, sarei già comparso e scomparso e riapparso tante volte, in questi giorni, come le cose che in questi giorni sono successe. E invece, silenzio. Calma piatta. Vento che gratta sulla pelle del volto, da est verso ovest, laddove sta – fra le altre – casa sua, casa di lei che oramai non è altro che lei, e niente di più. Ed io sono solo io – ed io non voglio essere io, e sto bene quando sto lontano da me. E vabbè. E ora il mondo ha occhi diversi, forse solo i miei, e la casa è un posto diverso – quando le cose cambiano, tutto cambia, le prospettive i progetti le idee i sogni gli arredi, tutto. Un amore se ne va, il sole sorge anche oggi e sorgerà anche domani. Questa è la storia di come per l’ultima volta sfogo me stesso e le sue insofferenze dentro l’alcol e la droga, in particolare la birra e gli spinelli. Cronosequenza nel senso che una dopo l’altra sono assunte ed essendo sostanze psicotrope, qualcosa dovrebbero modificare nel modo di percepire il mondo esterno. Sono le sette meno dieci di domenica sette giugno, la prima ichnusa da mezzo litro va verso il fondale. Grado zero della percussione mentale.
Rolando Garroso, taibrec del quarto, Cibolli contro Sverzev, avrebbe detto qualcuno che fa fatica a leggere – o è già troppo andato di là. Si presume finisca in fretta. Stappo la seconda inchusa, poi finiscono. Non mi mancherà il suo sapore, che non mi piace granché. Strazio un moscerino che mi cammina sul braccio che va spellandosi a grandi falcate, non faccio apposta volevo solo scacciarlo altrove. Sento i rombi dei bambini coi motorelli da cross che gironzolano sugli argini. Mi chiedo se è il giorno in cui fare qualcosa di pazzo, se non è il fottuto giorno di trovare da dire con qualcuno. Troppa paura di prenderle, di farsi male, ma insomma perché? Mica due cazzotti scrivono the end sulla cronistoria della vita, a meno che non sia sulla lapide. Zero voglia di trovar da dire, però. Meno male. A un passo dal primo litro, sento che ho oramai bisogno di fumare. Credo che senza bere, la voglia di fumare stia veramente a cuccia. Ottimo pensiero per il futuro, i coglioni vanno sempre in coppia – e solo una testa di cazzo gira coi coglioni in testa, dice qualcuno che non conosco.
Forse è il record per una ichnusa, circa tre minuti direi. La terza è una Daura Damn, la birra senza glutine più vincitrice di premi nel mondo – dice l’etichetta. Da 33 cl. Lager pura. Mi piace il glutine ma anche sta birra ci sta, dai, è una lager come le altre, molto sinceramente. Cibolli vince il taibbi e la porta al quinto. Troppo lieto per BobbyBert, da quattro ore seduto sul divano. Gliene auguro altre dieci, e grazie per tutto il bello di questo finesettimana del cazzo. Comunque non che avessi alcunché di aspettative o speranze, come al solito. Quanto tempo è che vivo senza aspettative? Mi sembra da sempre. Ho imparato presto la disillusione, rispetto alla media della gente che abita il mondo. Perché siamo qui? Perché proprio qui, con questa gente che chiamo amici? Arriva un cane, con dietro il padrone. Non ho paura, almeno non oggi: non mi va. È sempre il solito disperato, quello che per vivere paga soldi alla mia famiglia – pezzi di soldi di quelli che guadagna lavorando. Porcospino se mi fa pena. Baddi e Nanà, i suoi cani. Un rumeno che movimenta merci e due cani, ecco cosa vedo. Uno l’ho pure accarezzato, minchia. Tornano indietro. Perché mi fa pena? Ora che ripassano, lo saluto di nuovo. Di nuovo Nanà avrà paura a passare da qui, perché per qualche motivo ha sviluppato una paura dell’altro qualsiasi esso sia. Mi spiace esser quello che fa paura, però insomma dai, è lei che si caga addosso, io mica centro niente. Coi suoi guinzagli in mano, i suoi sogni, i cazzi suoi. Mio padre dice si chiama Mirghen, o qualcosa di simile. Io non ne so niente di come ci si sente a sgambare i cani a duemila chilometri dal posto in cui sei nato; quando smetto glielo chiedo. Come ci si sente a casa in un posto che non è casa tua? Ho davvero tante domande da fare al mondo. Sono l’uomo delle domande, cazzo.

Sboccio una lattina di Ipa, sei gradi, 330cl direi. Due tipe arrivano a piedi, parlando la grande lingua rumena. Dico: sera, e aspetto. Una cammina male, l’altra è sua madre – almeno, tutto dice così, intorno a me. La Ipa si chiama oharas, 51state of ipa. Forse viene dalle Hawaii. Non è male. Rollo la prima. Al secondo tiro sento la testa che gira, l’alcol che sale. Ascensore sociale. Ora si che iniziamo a ballare. Vedo ciò che mi aspetta: sboccare? La testa galleggia. Statisticamente parlando, un litro e mezzo di birra e una canna. Questo è il tasso che so reggere, da allenato – quasi allenatore. Potrei fare il personal training per l’assuefazione alle sostanze. La mia pancia barluga, un po’ scoppietto dentro. Le sette e mezza in punto, tossisco scaraccio e la pancia brucia. Da capire se è lo stomaco – credo – o l’intestino. In ogni caso da domani un mese di vacanza per entrambi, preventivamente accordato. Gli ultimi tiri della prima. Buttata in acqua, addio. Annacquati con la ipa ormai sapor di piscio, caspita. Capita dai. Passate da poco le sette e mezza.
primo panino mortadella ed edamer, credo subito dopo secondo – coppa ed edamer, come a scuola – a sabbiuno. Terzo, singolo pano, mortatella. Quarto, singolo: coppa ed eda. Non trovo l’appiccio ma poi sì, porchiddì. Un cazzo fatto sto weekend: fatto. Fiocà. Stiam messi mal. E vabbè. Ciao Flavio, buon tutto futuro. Sasha ce la fa: è campione slam.
inizia la fase incosciente. Ho boffiato, parecchio. Riprendo a bere, che fatica! Ma ce la faccio. Le otto e otto. Moscerini nell’aria. Mischio la coppa e la mortazza. Ce la farò a farmi uomo di clausura? Se lo chiede il pubblico ammanettato dentro di me – sarebbe ammaestrato, ma va bene uguale. Rende l’idea. Comunque ancora in possesso di tutto riguardante me stesso, direi – insomma ci sto dentro. Solo le otto e dieci. C’è ancora il sole. Sono fortunato. Dove ramingherò col buio? Solo iddio lo sa. Ultimo sorso della prima bionda artigianale umbra – o,75 cl ai 5,6% di tasso. La scaravento nel canale. Ahaha! Come godo porcospino. Buon viaggio bresca mia. Cazzo volete voi coglioni? Continuate a guardare la tv.


e chi lo direbbe che quel puntino è tutta una storia che sarebbe impossibile mettere in piedi insieme in scena adesso ora mai o quando? Vaffanculo. Sii volgare porcospino, che tanto la censura di stato ti cancella le bestemmie. Esci il cazzo, piscia cortesemente forte.
seconda bomba, col cibo che sventola nella plastica in cui sta chiuso. Mando qualche messaggio, cercando risveglio. Mi scrive la nonna di lei, dopo le rispondo, ma cosa? Adesso vado e me la riprendo, tranquilla. No. Ma cosa? Il rombo dell’autostrada irrompe. Che sbatto, mi scassa l’anima. Vorrei che lei comparisse, come un fatto normale, ho voglia di vederti e vengo a trovarti, dove sei? Il vento mi tiene intatto. Aspiro alla seconda e la cenere mi brucia il braccio, bella sensazione. Confuso. Fuso, quasi del tutto. Menomale c’è un’altra ora di luce, otto e mezza meno due. Così posso organizzare la fuga, scappare consapevolmente.
apro l’ultima 0,75 al 5,6%. La seconda della serie, l’ultima della fiera. Prima, assemblo il panino definitivo – con tutto ciò che resta, che la plastica basta a sé stessa, e la mangiano le creature di cronenberg senza la emme. Un aereo vola sopra di me. Uccelli cantano felici. La campagna ride. L’aereo passa. Il sole saluta e oramai se ne va.

inizia la lunga sequenza dei saluti. È davvero la fine. Almeno a riguardo. Non saluto il blog, non saluto le parole. Saluto la droga e l’alcol, per un po’. Sono un alcolista e un tossico, non posso starci insieme in modo equilibrato. Tutta la mia vita sarà una fuga dalla fuga, ma meglio questo che starci sotto – fuggire senza fuggire, insomma. Due bonzi e un cane spuntano, forse uno so chi é. Se ne vanno: andatevene, giusto così. Lasciatemi solo alle mie paturnie. Pap dice che è volato in bici in via Lame. STOP. Seconda bomba buttata nel canale insieme alla seconda minziata. La boccia appena aperta pesa un botto. La testa rotola dentro questi rombi, scrive senza fatica solo perché nessuno le ha spiegato cos’è. La pelle si screpola, pazienza. Volerò anche io a pedali della mia bici verso la Calabria e chissà forse più in là.

addio sole, addio alla prossima vita. I piedi le scarpe solcano la polvere di un angolo abitato senza dire come né perché. Perché sono qui, a fare che, con chi. Vivere solo, imparare a viverlo per davvero, senza scappatoie, senza vie di fuga. Andare a correre, pedalare. Non c’è uno spettro nella stanza, un fantasma, no. Ci sei tu, che sei da solo. Non c’è altro. C’è tutto il resto, ma solo dopo questo fatto – di cui prenderne coscienza, sì ecco insomma. Da farlo tuo. Spellati pure finché vuoi, due tre quattro volte ad estate.

sprazzi di scie – evidenti. Vediamo se domani piove. Ne giro tre ma ne accendo solo una – e come sarebbe altrimenti. Sono per il viaggio, sì. Il viaggio che mi aspetta. Diecimila passi di buio, sì. Dicono così. Dicono che si smaltisce così una fine preventivamente, dicono. Io non so, di preciso, sono poco abituato a prender le mie fini sul serio. Dicono che è meglio scegliere prima cosa inserire, cosa metterci dentro. Io dico la bici, la scrittura, la lettura, la yoga, stop. Se ci fossero queste quattro cose, di già di per sé, sarei felice. Sarei pieno e soddisfatto. Possono bastare quattro cose a riempire una vita? Io credo di sì. Vediamo se domani piove, insomma, o se invece no. Non so dire. Non sono nella posizione di esprimere opinioni.
posso solo iniziare un’altra paragrafata. Non posso tornare indietro, non si sa perché ma non posso. Forse perché quel che è fatto è fatto, forse è questo, chissà. Fatto sta che indietro non si torna. Oramai finisce la terza bomba, e con lei la luce del sole riflesso e la mia permanenza qui. Sgomberare, levare le tende, andarsene. Nove e trentasei, oramai la luce ha già dato il suo canto funebre, e così vanno le cose in questo spicchio di mondo, la luce finisce e al suo posto il buio. Non smette il crepito autostradale, e io mi accanto: butto il mozzo mentre minzo, la terza volta nel canale sereno.

Essebioro. Un altro aereo. Zanzare. Grilli. Domenica sera. Zero cose fatte sto weeekend, messi in ordine i libri che saranno della stanza. Se non voglio esser da meno devo scendere, abbassarmi. Mia sorea è già qui, già arrivata. Mi incamminarsi altrove (21 e 59, sì. Singhiozzo, sì). Continua e va. Andiamo. Inizia la passeggiata serale.
dieci e quaranta – due. Un gelato da tre euro mango e fragola nella coppetta e una ceres da 33 a quattro euro al principe di Benti – voglio, vaffanculo, spillone del cazzo. Però il gelato è buono, dai. Mando giù l’ultimo pezzo del panino cinque piani, quasi tutto. La sesta birra. 1 litro più 33×2=66 +0,75×2=1,5 +33 di ceres, uguale…. quasi 3 litri e mezzo, dai. Tre bombe, per il momento. Venti trenta euro, dai. Un gelato della plastica del fumo. Diobono. Porcodio. Cosa vuoi. Niente. Gente che ciancia, io e una ceres. Fino a quando? Inutilissimo. Fottetevi. Butto la ceres che fa rumore nel cadere nel bidone. Gli stronzi parlano ma a me fotteniente. Maledetto prof insulso bastardo. Non te ne fotteniente. Solo un po’ scopare la tipa in seconda che c’ha diciotto anni già, non sai come – gz la polemica con le tette di fuori, maledetta. Ma va, dai. Da solo. Di nuovo. Quando era prima, quando? Quasi non ricordo. Le vite si avvicendano. Nella prossima vita sarò uno scrittore di successo. Lo prometto al mio pronipote maranza. STOP. La quarta la accendo e la fumo su una panchina a Benti verso l’ospedale, se passi qui vai lì non c’è niente da fare. Per ora nessuno passa, le undici meno tre. Nessuno va a trovare i quasimorti a quest’ora, dai ci sta. Io quasicotto, le balotte del principe che non mi fanno effetto. Fumo e penso a che grado di solitudine sono indotto, costretto, relegato. Passa un aereo, anche qui. Fumo seduto e scrivo questo. Che sto rilassato e nulla succede. Fra poco mi muovo. Qualcosa si muove dall’ospedale, una moto, chissà. Un maruego capita vicino, passa a piedi. Io che ne so, è oramai ora di andare.
(fine)