Dipende n ze

January 25th, 2023 by dbpoff

Postilla di passaggio fra il pensieroso e quel tempo del limbo che si perde prima di andare a dormire: quando dai un taglio ad una dipendenza – fisica e sostanziale, mettiamo, ecco che affiorano tutte le altre, un po’ alla volta, coi loro malesseri connessi. Ecco i socialnetwork che ribussano alla porta, ricordandoti che c’erano prima loro, ad innaffiarti l’esistenza di sibilanti ossessioni sibilline. Dieci anni fa c’era ancora qualcosa d’interessante, poi ci siamo scoperti tutti dei guardoni, dei mezzi stalker, e poi oggi quel blu di sfondo che qualcuno, a suo tempo, ci disse istigava la dipendenza, ma noi non sapevamo mica cosa farcene, come rispondergli, che se davvero era così, cos’avremmo potuto farci? a quel tempo faccialibro proponeva una gamma di colori possibili, con cui personalizzare ciò che avrebbe ipnotizzato il nostro sguardo [i social hanno sperimentato tante cose, sotto i nostri occhi, grazie ai nostri occhi, ma di volta in volta le modifiche e le sperimentazioni non lasciavano un segno, se non labili tracce nella memoria incosciente; sperimentazioni umane in questa scienza della vita da ormai anni trascorsi], ma poi non se n’è fatto niente, tutto è tornato al monocromo blu dipendenza, una storia vecchia e stinta, ci torno controvoglia, in preda alla noia, ed è un brulichio altalenante fra i contenuti sponsorizzati e quelli ‘consigliati per te’, perché il piccolo mondo che ti sei costruito intorno negli anni è andato appassendo, alcuni sono morti ma neanche lo sai, e nessuno pubblica più granché, così non mi resta che mostrarti ciò che credo possa interessarti, e tu ti interessi perché hai un disperato bisogno di trovare qualcosa che desti il tuo interesse, susciti la tua attenzione bramosa di chicche, curiosità da quattro spicci che potrai rivenderti domani, all’ennesima pausa-studio consumata una dopo l’altra in compagnia di gente che non conosci, ed eppure la senti vocicchiare senza sosta, l’ascolti a malapena ma non vedi l’ora di straparlare, di dire la tua – la rivisitazione rimasticata della boiata che faccialibro ti ha suggerito pensando potesse interessarti, ma per lo più sei tu che hai scelto che ti sarebbe interessata, quasi a qualsiasi costo.

E’ il vecchio che avanza, ci torni con un misto fra lo sdegno e la nostalgia, pubblicano stati soltanto vecchi compagni che ancora trovano qualche emozione nel vedere crescere il numero dei mipiace alle loro farneticazioni, alle loro disillusioni tristi messe in piazza. Ci torni perché c’è una parte di te, racchiusa fra le pareti impalpabili di quel profilo fattosi un giorno, d’improvviso diario, senza realmente volerlo, che si potesse scegliere. C’è tanto di te, tracce insperate, parti della tua storia, emozioni e tempo speso a cercare un riconoscimento, un posto in quell’etere pallido e smunto. Ci torni perché non sai dove andare, come apri whatsup [che tradotto in lingua italica suona cos’è successo? cosa c’è di nuovo? scoperta di adesso che sarà ben presto dimenticata, ed eppure ha un significato non da poco] perché senti il bisogno di dire, o sentirti dire, qualcosa da qualcuno, quasi qualsiasi. Ritorni perché cerchi qualcosa che un tempo trovavi, e ora non sai più dove cercarlo, e allora ci riprovi, per l’ennesima volta, ma ne esci ogni volta sempre più incupito e scippato del tempo della tua giovinezza che se ne va.

Ritorni, perché neanche più puoi bere, per ordine del medico, e a fumare neanche a parlarne. Ritorni, perché vorresti sapere che fine ha fatto quell’amico di un tempo – caro Pietro, chissà che fai adesso, se vivi ancora là, se sei buono come allora, quasi coglione, tanto eri buono, e un giorno hai cambiato scuola e non ci siamo visti più, se non anni dopo, ma c’era del disagio, e quello è rimasto a impregnare l’aria e i ricordi di te -, chissà com’è diventata quella, se ha preso la strada della palestra o quella della cucina, chissà.

Ci torni perché non sai dove andare, e ogni volta che esci è come prima, e in più non capisci dove sei. E l’idea di eliminarti per sempre è come lasciare una parte di te, fa strano, stranissimo. Siamo paralizzati e non riusciamo a rendercene conto.
E’ tempo di far su i nostri stracci, trascrivere quei pochi ricordi, lambiccare un po’ per dare un taglio a quella pagina del nostro passato. Al passato grazie, al futuro… [continua]

(Laverna, 30 dicembre 2022)

Punto di inizio anno

January 11th, 2023 by dbpoff

Stato delle cose attuale. Paralisi dei sensi, dei sogni, disillusione assoluta. raffreddore apocalittico, la sensazione che ogni cosa debba smettere di essere: il contrario della consapevolezza dell’unità del tutto, la tristezza della frammentazione esposta e volontaria, autoimposta, la segregazione delle speranze.
pochi propositi, e in quattro giorni neanche una doccia.
nessuna originalità in questi sbagli, calcificati, come stanche abitudini esauste.
è l’unico modus vivendi di cui l’esperienza è satura satolla. lo scorso gennaio era un ribrezzo simile, le strategie di resistenza sono inscritte nel profondo d’un’anima erosa dalle sue effimere valli. il calcio in streaming, i social, l’accademia quand’è fine a sé stessa: tutto è pervaso da un alone di stanchezza, di disillusione affranta. è un mondo vecchio che bisogna abbandonare.
pito va in subaffitto da qualche parte nell’appennino, sotto il cimone non c’è neve e gli albergatori si lamentano dal governo, è il quattro gennaio ma fuori certo non fa un gran freddo, ci sono nove gradi buoni dice il termometro dell’internet
con queste parole mi impegno in un progetto di rigenerazione spirituale che sia il più possibile sincera, integrale, mi propongo un po’ di astinenza dalle cose dette i piaceri della vita per ricercare l’essenza, sepolta sotto strati d’ipocrite distrazioni fugaci ed irrealizzanti. le amnesie che mi divorano urgono di lasciare il passo alla certezza delle cose essenziali della vita, trovare piacere nel muoversi spostando sé stessi, scrivendo traendo da ciò energie, e non dissipandone a questo fine, e tutto ciò che ne consegue.

ciò che s’attarda ad andarsene. La fine delle ferie forzate, il tennis in tivù, i ghirigori e chi più ne ha più non smetta è un’ovvietà spesso troppo spesso non detta. il calcio, gli sguardi di nascosto alla gente incontrata durante gli anni passati, a scuola, in giro per il paese, al catechismo. Tutti a vender sé stessi, a convincer non si sa chi della qualità inossidabile delle proprie scelte di vita, foto patinate, colori vividissimi, qualche riga biografica intertestuale che rimanda a tutto quello che fate nel vostro tempo: provate in ogni modo di convincerci che ciò che ci date a vedere sia vero, sia proprio così che investite i vostri giorni – perché se insta è un gigantesco supermercato, ed ogni profilo è una vetrina, l’afflato economico totale non potrà mica fermarsi qui, lasciando inavvinghiato l’umano che ancora resta, che ancora eccede il macchinico.

https://www.facebook.com/profile.php?id=100005401935522

Instagram è il mondo degli uomini doppi sdoppiati, smezzati tagliati filtrati invetrinati all’infinito smodato. quelli nati prima del 2003 hanno due profili, il primo ufficiale il secondo lavorativo, od espressamente dedicato al loro tentativo d’emergere, di guadagnare attraverso la mercificazione del loro tempo incasellato nelle strutture che le piattaforme mettono a disposizione. entrambi pubblici, solitamente. le ragazze tendono ad avercelo privato. quello lavorativo, molto poco spesso è privato: il lavoro è pubblico, mira a raggiungere il maggior numero possibile di persone – come ogni profilo che si rispetti, del resto. quelli nati dopo il 2003 hanno due profili, il primo ufficiale privato, ‘quello per tutti’, il secondo è il cosiddetto profilo sputtano, dove pubblicano – solo per i loro amici più o meno stretti – le cose proibite che fanno, molto da minori che vogliono far sapere a più persone possibili cose che non deve assolutamente sapere il loro padre, o la loro madre, ma il percorso degenerativo è arrivato qui; ai piccolissimi, oggi quasi adolescenti. per ogni utente, insomma, ci sono almeno due profili. bulimie indentitarie.

il mondo è pieno zeppo di gente sola che non sa come fare il primo passo (toni vallelonga)

operazione zero note

December 2nd, 2022 by dbpoff

Un anno e mezzo di appunti inespressi, rimasti come note fra le pieghe di questo spazio senza definizione ne attributi. Le incollo di seguito, insieme a qualche immagine che colori questi meandri, senza una logica né un motivo, per vedere qualcosa compiersi, nella negligenza di questo tempo. Non vi è ragione alcuna, né per le parole né per le immagini, talune vengono dal web talaltre sono fotografie di chi scrive o di chi legge, poco importa – non è questo un luogo che necessiti della presenza d’un padre, e d’un padrone neppure. Sarà più interessante, fra due anni magari, rileggere e vedere temi ridondanti, parole ripetute e col tempo dimenticate, modi di fare e di dire e di pensare che si saranno estinti un poco alla volta. è un piccolo dono sottratto al disordine che mi domina

quattordici giugno “Quando il mondo brucia in questo modo, è caldo perfino per pensare”, biascicava un vecchio camminando sghembo, poggiato ad una zanetta arrugginita, mentre si dirigeva verso casa dopo avermi raccontato qualcosa delle terre fertili d’intorno che un po’ alla volta finiscono rosicchiate dalle infrastrutture, i capannoni e l’asfalto, nero e bollente sotto il sole di giugno, che dilaga: impazza, letteralmente dilaga.

undici ottobre C’è una violenza estrinseca nella pubblicità, l’avvicendarsi d’immagini intense e voluttuose giustapposte in sequenze frenetiche, scatti che sferzano lo sguardo e violentano l’occhio, che alla lunga non può finire che come un maniaco di questi vortici di colori vividissimi e gigantesche falsità, voci fuori campo che dicono libertà bisogno sogno felicità

Le macchine sfrecciano nel mezzo di nature incontaminate create al computer e una voce di vecchio, saggio e premuroso avanza fior di promesse, sa quello che dice: c’è l’idea d’una libertà ritrovata, sotto la predisposizione all’azione dell’acquisto di un’automobile.

quattordici ottobre
C’è una terra di mezzo nascosta ben bene,
celata da un vello di nebbiolina odor dell’argento
che pervade l’aria ed impedisce l’arrugginirsi delle cose;
là si combatte solo per gioco
ci si potrebbe tanto divertire, senza le tasse sui giocattoli

sei novembre Il mondo digitale sta sul pelo dell’acqua, sta fuori, nell’aria sopra l’aria, e poco poco sporge, dall’acqua, di tutto quello che vi avviene sotto, dove la gente che scrive vive, o si dice indaffarata a farlo. Pochi iceberg, di questi tempi tiepidi, il livello dei mari si alza come la temperatura, l’apocalisse si avvicina. Sotto è una bella confusione, respirare è difficile, sott’acqua.

due gennaio Il conto alla rovescia perdura fino agli sgoccioli, poi s’esaurisce e scompare come è venuto

quindici gennaio è uno di quei periodi con tante schede aperte su internet, una dozzina abbondante, e poi tante questioni in ballo e in bilico, la solita nevrastenia a far da sottofondo ad un’esistenza temporaneamente rinchiusa – a forza, s’intende, soggiogata ad un duplice obbligo, quello normativo dono dell’autorità che si prende la briga d’occuparsi di me e quello informale (ma altrettanto disumanizzante) frutto dell’autorità paterna, quella che un tempo era democrazia cristiana che oggi s’esterna nell’assurgere a norma la decisione del momento: ad oltranza, normalizzare l’eccezionalità d’una decisione d’un istante. e poi esami da preparare, cose da scrivere e da studiare, bozze di pensieri che non centrano con il focus principale e nessuno a cui poterle dire; sensazione di relazioni insoddisfacenti, ma in una prospettiva ben più sociale di quanto potrebbe apparire a primo impatto. diluita nell’onnipresenza e nell’onnipotenza della possibilità comunicativa, la voglia d’entrare in relazione con l’altro svilisce: quando è gratis, vale un po’ meno, di solito, ed è difficile che si prenda il rispetto che si merita. ma cosa? con cosa non succede?

e allora si tende – silenti, e drammaticamente tristi – verso gradazioni rarefatte d’uno stadio d’incomunicabilità che non si presenta come una deriva teleologica, quanto piuttosto come un momento intermedio del dramma apparentemente senza fine che stiamo abituandoci a pensare le nostre esistenze. si perde la voglia, e poi non ne vale più la pena, e poi leggiamo e sentiamo pronunciate tante di quelle “parole” che è difficile ascoltare per davvero, rimanere colpiti da chicchesia, trovare in noi una disposizione d’ascolto che sbrindelli l’indifferenza. se la scuola era ed è un attentato al leggere ed allo scrivere, la tecnologia e le sue tecniche droganti e compensatorie attentano – non in modo autonomo, né isolato – all’affettività, alla sensibilità, al discernimento, alla capacità di concepire gradazioni, priorità, valenze, differenze. è quando un incontro finisce ad esser pensato come un incontro online… o poco più, è quando ogni mattino l’analisi costi-benefici tende a farci protendere verso la lezione a distanza, è l’affastellarsi di quest’orizzonte di pensieri che ci fotte. l’ha già fatto, siamo già fottuti, e il mio pensiero è un cielo di piombo e la notte impera

sette febbraio, In memoria di noi personaggi – Panni scomposti ammucchiati ai bordi del divano, subabissato di pile d’abiti lavati e stirati, una bacinella verde di plastica che ogni volta che impatta contro qualcosa rimbomba nel suo vuoto, il ticchettio d’un orologio desincronizzato con un paio d’altri – sparsi per la casa – che sproduce tutt’un eco ed un crepitio di ticchettii, in battere e in levare senza sosta, un continuo perpetuo che sembra una sospensione dal tempo e ben simboleggia questo ‘presente apparentemente perenne’ a cui siamo (o solo sembriamo?) condannati, una condanna ed una condizione di possibilità, una responsabilità ed una conclusione-per-esclusione.

Invasi dalle cose, ci barcameniamo fra gli interstizi rimasti vuoti e liberi (“hai mica un momento libero?”), sediamo circondati dalle cose che stanno tutt’intorno e popolano i sogni; sogni cosificati? [“Io sono Giulietta, e sono fatta della stessa materia di cui sono fatti i sogni”]. In futuro, magari avrà successo fra i ricchi l’ausilio d’un motivatore personale alla pratica cestinale, colui che t’appresta – con garbo – e s’adopera – con naturalezza – all’alleggerimento dalle cose

ventuno febbraio slide war I professori combattono con le impostazioni di riproduzione e visualizzazione dei contenuti di supporto alla didattica, tanto stamattina quant’oggi pomeriggio ineccepibili inceppamenti tecnici fanno svalvolare i prof, tesi sul filo del rasoio che fila la trama del tempo che scorre e sconfina in fretta nella fretta canonica che accompagna e scandisce i ritardi che s’affastellano disseminati fra le giornate – soffia un vento spesso da ovest verso est. Due questioni necessarie d’un degno approfondimento; il campo del possibile è rinegoziato dalla tecnica, questo era già emerso

ventisei febbraio cambiare abitudini – è una delle cose più complesse in assoluto, sembra spesso, quand’è il momento, e più il momento si attrarda e più è complicato smuoversi, disabitui a cambiare qualcosa di noi e del nostro modo di fare, sempre più adulti e per questo sempre più restii al cambiamento, qualsiasi esso sia. si cresce, e ci si radica negli automatismi che scandiscono il ritmo delle giornate, e così allora il gusto dell’esistere s’incardina a certi pensieri automatici, a certe convinzioni vitali che si fanno assiomatiche individuali, soggettività costruite da noi e dagli altri, dal mondo e dai media, dal sole e dalla notte che ci fanno le persone che siamo, soggetti a ciò che ci consente di vivere. le nostre abitudini sono il nostro modo di condurre il gioco della vita

cinque marzo, Pubblicato sulla rivista Vita e Pensiero il 5 marzo 2022, qui. In calce due note a margine.

Se non sei per il nuovo “neutralizzante” sei per il vecchio discriminante: così si potrebbe riassumere in modo un po’ caricaturale, ma non poi così lontano da ciò che accadde, il dibattito sul cosiddetto “linguaggio inclusivo”.

In questo breve spazio vorrei sollevare tre questioni, che sono poi tre sollecitazioni alla riflessione, con un invito preliminare a cercare, per quanto possibile, di superare la fallacia dualista (come cercherò di argomentare) che è alla radice della questione.

Come scriveva Adorno, la libertà non sta nello scegliere tra bianco e nero, ma nel sottrarsi a questa scelta prescritta. Il mio invito è a sfuggire dalla logica mutilante della polarizzazione – quella sì, binaria – che mortifica la complessità delle questioni e cade nella stigmatizzazione del dubbio, che non è più consentito: perché dentro lo schieramento, da una parte e dall’altra, solo l’allineamento è ammesso.

Così si uccide il sacrosanto diritto alla critica (da krino, discernere), senza la quale ci consegniamo a un non-pensiero che apre la via alla violenza, simbolica e non, e ai fondamentalismi di ogni natura e colore.

I tre spunti sono i seguenti.

Il “linguaggio inclusivo”
Primo: il cosiddetto “linguaggio inclusivo” (asterischi, schwa, etc.), per quanto nobile nell’intenzione produce di fatto un cortocircuito del principio di non discriminazione:
con l’effetto paradossale che cancellare le differenze diventa l’unico modo legittimo per difenderle. Contrastare la violenza della discriminazione con la violenza della cancellazione delle differenze è gesto reattivo e alla fine intrappolato in una schismogenesi complementare: due posizioni polarizzate, egualmente parziali, l’una l’opposto dell’altra si escludono e insieme si tengono a vicenda. Determinando una frattura insanabile, ma in un rapporto che alla fine è di dipendenza reciproca.

Il tutto a danno di una concretezza e complessità che viene immolata sull’altare delle opposte ideologie. La sfida non è cancellare le differenze (operazione astratta e violenta) ma evitare che diventino disuguaglianze. E non è un caso che a fronte di un inclusivismo nominalistico crescano le discriminazioni e le esclusioni di fatto: donne, migranti, giovani, famiglie, restano vittime di una forbice sociale sempre più esasperata, mentre la retorica del neutro annacqua e disincarna la protesta sociale.

Roland Barthes scriveva che il linguaggio è fascista, non perché impedisce di dire le cose ma perché obbliga a dirle in un certo modo. L’invito perciò è a una riflessione sul “fascismo del neutro”, e su tutto ciò che questa forzatura linguistica ci obbliga a cancellare. A cominciare da quel “genere vernacolare”, come lo chiamava Ivan Illich, che è legame tra le generazioni, sapere del corpo, e anche luogo di resistenza alla colonizzazione del pensiero tecno-economico.

Il neutro, genere dell’homo oeconomicus

Secondo: come scriveva ancora Ivan Illich, il linguaggio dell’epoca industriale (e oggi ipertecnologica) è contemporaneamente neutro e sessista. Un falso universalismo, che è in realtà un riduzionismo spacciato per liberazione: perché gli esseri umani non sono mai “neutri” – solo le cose, e le macchine in particolare. «La comparsa di una sessualità neutra è uno dei presupposti necessari dell’apparizione dell’homo oeconomicus. Il soggetto su cui si basa la teoria economica è proprio questo essere umano neutro» (Illich, Genere).

Il neutro è il genere dell’homo oeconomicus, frutto e insieme condizione di un riduzionismo esasperato, dove vale solo ciò che è “prodotto”. Per Byung-chul Han il regime neoliberista isola ciascuno facendolo diventare produttore di se stesso. Oggi “ci produciamo” dappertutto e in modo compulsivo. La stessa “autenticità” rappresenta una forma di produzione neoliberista. «Mediante il culto dell’autenticità, il regime neoliberista si appropria della persona e la trasforma in un sito produttivo ad altissima efficienza, così l’intera persona viene integrata nel processo di produzione. La sovranità cede il passo a una nuova sottomissione che si spaccia tuttavia per libertà: il soggetto di prestazione neoliberista è, in questo senso, un servo assoluto in quanto si sfrutta da solo senza alcun padrone».

Il neutro, insomma, non solo non contribuisce alla «costruzione di un vocabolario libero dagli interessi» (Gilbert Simondon) ma ci conforma agli imperativi del tecnocapitalismo, risucchiandoci nell’abbraccio fatale, che già Foucault aveva identificato, tra individualizzazione e totalizzazione.

Perché, ha scritto anche Fabrice Hadjadj, da dove può venire oggi il progetto di «coincidere con se stessi» (il mito dell’autenticità e dell’autorealizzazione) se non dal paradigma tecnocratico?

E questo non può essere ovviamente visto come una liberazione, ma come una sottomissione a un macrosistema tecnoeconomico che ha bisogno di nuovo immaginario per farsi massimamente pervasivo. Un “paternalismo libertario” (Sunstein) che estende a ogni ambito la logica del mercato è tutto tranne che liberante e rispettoso della dignità di ciascuno.

Se la produzione (compresa la messa in produzione di sé) diventa l’unico modo legittimo di realizzarsi, la flessibilità-fluidità necessaria a questo progetto richiede «una distruzione senza scrupoli del legame» (Byun-Chul Han). Che ha come correlato culturale un individualismo radicale, alla fine condannato all’afasia. Perché l’asterisco e lo schwa sono impronunciabili, cacofonici. Servono all’espressione-affermazione di sé e non alla comunicazione, dove la parola risuona come federativa del legame io-tu (ce lo ricordava Walter Ong nelle sue magistrali riflessioni).

L’ossessione per l’identità (“libera” da condizionamenti relazionali e sociali e così alla fine consegnata alla totalizzazione tecnologica) misconosce il fatto che non siamo “prodotti”, ma processi, e che il diventare chi siamo è una dinamica (di individuazione) intrinsecamente relazionale. Come lo è la dinamica vitale della generazione, altrettanto originaria quanto la produzione. L’amore di sé che non è apertura all’altro (alter costitutivo, non aliud minaccia) diventa vacuo: «L’amore che ritorna su di sé chiudendo il cerchio è un triste scacco dell’amore» (V. Jankélévitch).

La crisi del simbolico
E infine: il neutro come unica via per la non discriminazione è il frutto di una crisi del simbolico che ci espone senza difese a una creolizzazione tecnologica dove l’umano è letto col codice della macchina
(binario/non binario appunto).

La crisi del simbolico è un segno di quella “crisi dello spirito” che per Paul Valéry era anche una crisi del pensiero. Ed è questo oggi il vero nemico da cui guardarsi.

Per Byung-chul Han la scomparsa dei simboli rimanda alla crescente atomizzazione della società, che diventa sempre più narcisistica. Ma c’è dell’altro. All’estensione della produzione a ogni ambito della vita umana si accompagna una riduzione del linguaggio al paradigma tecnoscientifico, fatto di termini (etichette senza resto, perfettamente aderenti all’oggetto) anziché parole (simboli che legano chi le pronuncia agli altri e al mondo) (Panikkar, Lo spirito della parola).

Alla fine il non essenzialismo del neutro si tramuta in una metafisica neoessenzialista della macchina e della produzione; che parla un linguaggio autoreferenziale che non è fatto per comunicare ma per fabbricarsi; nell’illusione di poterlo fare da soli, come somma di scelte individuali a prescindere da tutto.

Il simbolo è ciò che lega: è letteralmente la concretizzazione del legame sociale, che circola e circolando lo alimenta (Gilbert Simondon). Che siamo legame, e che questo non è un impedimento ma la condizione stessa del nostro esserci e del nostro divenire, la pandemia ha cercato di insegnarcelo.

Il legame è una realtà esistenziale e anche epistemologica.

Il simbolo non è mai neutro. Non rassicura, non risolve. Dà a pensare (Ricoeur). Pensare nel simbolo significa anche riconoscere la dualità (non il dualismo, tantomeno il binarismo!) di maschile e femminile, reciprocamente costitutivi, non pensabili l’uno senza l’altro, mai definibili in modo esaustivo (con buona pace dei grotteschi tentativi di trovare un termine per ogni sfumatura di genere), inesauribili nella gamma delle possibili concretizzazioni.

La questione del linguaggio
E così torniamo alla questione del linguaggio. Il linguaggio umano non è referenziale ma “differenziale”: c’è sempre uno scarto, un margine di non dicibile che lascia aperte le parole. La non-coincidenza è la culla del significato: “Non ci sono che sottintesi in qualsiasi lingua”, scriveva Merleau-Ponty. La “decoincidenza”, come la chiama anche François Julien, è ciò che caratterizza la libertà: uno scarto che consente la possibilità di vedere diversamente, ridefinire la situazione e così poter cambiare il corso delle cose.

Allora, parafrasando Adorno, libertà oggi non è sostituire “non binario” a “binario”, ma sottrarsi a questa scelta prescritta, che pretende di leggere l’umano col codice delle macchine.

E tornare a pensare e parlarci nel simbolo, che accoglie tutti.

(fine)

Fra i tanti stimoli offerti dal contributo proposto qui, del tutto in linea con una delle direttrici principali della ricerca-indagine sul vivere che accompagna il senso di questo spazio virtuale – l’interrogazione sulla lingua, il suo ruolo e i suoi buchi neri – sempre per affettare la complessità a colpi di barbarie, vi è un passaggio davvero necessario, io credo, quello sulla condanna all’afasia implicita nella deriva tendenziale rappresentata dall’inclusione esclusiva dei sommovimenti della lingua di oggi.

primo giugno

“Ho mille libri da leggere e solo un paio di occhi, e
mia sorella cento paia di scarpe ma non abbastanza piedi
per calzarle tutte insieme”

Nei giorni trascorsi in casa, del tutto, senza una giustificazione ufficiale d’inattività legale (vedi: la malattia, qualsiasi essa sia), sale l’inquietudine del vedersi sommersi di cose – da fare, da leggere, cui dedicare attenzione – è un’oggettiva impossibilità di districarsi fra tutto ciò: “mi servirebbero giornate di quarantotto ore”, dicevo a mia madre qualche anno fa; “e quante di queste ne dormiresti?”, mi rispondeva lei – con una domanda, come molto spesso càpita. Così ho smesso di cavalcare quella suggestione infantile, o forse ho preso a vedere i giorni a due a due, per raddoppiarne l’entità, ma l’inquietudine permane, ed anche per essa sperpero tempo, molto, e così ne rimane sempre troppo poco (“non è vero che non abbiamo tempo, è che ne perdiamo tanto”), e il circolo vizioso si rinsalda, si rinserra in una disecologia esistenziale farraginosa ed iperinquieta, circolare e viziosa. E a fine giornata ti sembra di non aver fatto nulla, e con il buio i demoni salgono in cattedra, tarlando il sonno.

trenta novembre le nostre bolle sono segrete, sono un’intimità indicibile, i nostri segreti sono le nostre ricerche digitali, le nostre manìe e le perversioni, culti che coltiviamo senza rendercene conto, disposizioni che assumiamo senza la consapevolezza di farlo. ci insegnano i nostri pensieri, ce li presentano in modo inattaccabile, ci dicono cosa dire, come farlo. ci divertiamo come ci dicono si fa, ci muoviamo come vogliono.

sondaggio di facebook

November 10th, 2022 by dbpoff

questa mattina facebook propone questo sondaggio “a poche persone”, fra cui un suo iscritto decennale poco attivo, guardingo nel suo impiego del medium faccialibro che ritorna, ogni tanto, come da un vecchio amore passato ma mai sopito, un pensiero latente, qualche volta, che succede sempre qualcosa, è purtuttavia un’apparenza di costanti eventi in corso, cose che accadono nella vita reale sono preannunciate , ci vai se vuoi scoprire cosa c’è in giro – il mezzo d’una vita preselezionata e filtrata, preventivamente quanto regolarmente

ecco cosa chiede facebook nel suo sondaggio per pochi; le risposte non si riuscivano a copincollare; gli asterischi sono le stelle di facebook

Nel complesso, quanto ritieni soddisfacente la tua esperienza su Facebook? *

Se potessi decidere cosa migliorare su Facebook, cosa sceglieresti? *

Quanto è importante Facebook per rimanere in contatto con: *

Amici più stretti e familiari

Conoscenti

Celebrità e altri personaggi pubblici
Estremamente importanteMolto importantePiuttosto importantePoco importantePer niente importante

 

Cosa pensi del numero di amici che hai su Facebook? *

Che grado di controllo delle tue informazioni personali senti di avere su Facebook? *
Quanto è affidabile il funzionamento di Facebook (ad esempio assenza di errori, bug o ritardi)? *
Quanto è facile o difficile usare Facebook?
In generale, quanto è utile Facebook? *
In generale, quanto è divertente Facebook? *
n generale, quanto è degno di fiducia Facebook? *
Indica quanto sei d’accordo con la seguente affermazione: Facebook tiene ai suoi utenti. *
Indica quanto sei d’accordo con la seguente affermazione: Facebook è positivo per il mondo e i suoi abitanti. *
Quanto valore ti offre l’utilizzo di Facebook? *
Comunicaci qualsiasi commento aggiuntivo relativo alla tua esperienza su Facebook (facoltativo).
Comunicaci la tua opinione in merito a questo sondaggio (facoltativo).
Grazie!
Grazie per aver scelto di partecipare a questo sondaggio. La tua opinione ci aiuterà a migliorare Facebook.
—-
le domande si susseguono una in capo all’altra prima che si possa meditarle in una sequenza di senso: perchè mi vengono poste queste domande? quale logica vi è dietro? quale tipo di profilazione emerge dalla sequenza di risposte che esprimo? inviato

Pubblicitae

November 7th, 2022 by dbpoff

Questo appunto di una mattina dal sapore ferrugginoso e artificiale – sono le undici ma c’è la luce accesa e la finestra serrata – è un’osservazione di passaggio sull’aumentata verve della pubblicità, sulla spudorata aggressiva violata piega che ha preso lo strumento pubblicitario e i suoi slogan – il rito e la litania, la ripetizione a mo’ di mantra, è tutto filospirituale ed oltre, penetra come un gas fra le scapole, ciascuno vede il fermoimmagine che più gli si addice, c’è qualcosa di diabolico, anche se è presto e avventato per dire cosa. Ci si può tornare, insieme, in gruppo, in un momento – una serata – dedicato alla visione di una miriade di spot, per vedere capire cercare l’aggregante dietro il velo dell’apparente diversificazione del mercato. Si deve fare per discuterne. Alcune tracce da percorrere:

“noi di booking.com sappiamo bene come viaggiare […] la flessibilità […] prenota la tua prossima avventura” – spot pubblicitario di booking in apertura di un video sul tubo;

“ci piace pensare che assicurarsi sia come imparare a nuotare […] cosi quando sei protetto da un’assicurazione, puoi goderti la vita al meglio” [allianz, 2022];

[..] la vita è un viaggio fatto di scelte, ma almeno per il carburante non dovrai più scegliere fra speciale e standard, la rivoluzione di IP inizia con OPTIMO, il carburante premium al prezzo del normale – (“grazie”, dice la ragazza al benzinaro) – Optimo: la scelta è solo una” [https://www.youtube.com/watch?v=f3HR04SgXjU]

“la semplicità è leggerezza, è libertà, […] per questo crediamo in soluzioni che rendono più facile e libero ogni tuo movimento, che accompagnano le tue scelte di oggi e quelle di domani … q8: muoviti più liberamente” [https://www.youtube.com/watch?v=b8Fv2pHVrD0&list=PLen0fLhwqwBbGhs9PwVHJAQxijb07nFyf&index=2]

Per deformazione esistenziale scelgo queste, attinenti l’ambito dell’industria della vita fossile, ma il campo è variegato. Un altro dettaglio da annotarsi è la presenza ossessiva di questo tipo di pubblicità in radio, quando sei in macchina – vd. radio sportiva – che passa solo pubblicità di assicurazioni, macchine, revisioni spannavetri e questa miriade di amenità. C’è merce da vendere

Biografi/e realtà

September 28th, 2022 by dbpoff

Celeberrima quella di Andre Agassi, OPEN, ma anche di Lebron, di Kobe Bryant, e dei politicanti mattei, delle popstars, dei calciatori – ricordo fui contento quando Edo mi prestò IO IBRA, lo divorai in pochi giorni, sebbene oggi ricordi poco niente di quelle pagine, un po’ di più le fotografie, e poco così. E poi quelle degli scrittori, c’è una biografia splendida di Irving Stone sul personaggio Jack London – Sailor on Horseback, traduzione riedita Castelvecchi 2013, consumata per la stesura della tesina di maturità, quattro anni dopo, e poi infine ecco il momento delle biografie romanzate: per rimanere sul personaggio, è recente un consistente tomo firmato da Romana Petri (pseudonimo di romana pezzetta) mondadori 2020. La vita si fa romanzo e calca una scarpa nella vita che fu, e l’altra nel romanzo che sarebbe potuta essere.

Alla televisione, in radio in tivù sui social passano immagini falsificate, inondazioni di informazioni promiscue, talune in diretta dal posto del misfatto ed altre raffazzonate dai videogiochi, dalle amenità virtuali, e tutto vortica in un tramestìo inafferrabile e l’esito permane quello d’un’immobilità inquieta, da un lato, e da un’incapacità sostanziale di comprendere cos’è vero e cos’è falso, cos’è reale – con i suoi feticismi annessi – e cos’è irreale, cos’è concreto e cos’è virtual-reale, cos’è presente e cos’è presente da remoto, diversamente presente – “present’assente”. Non ci sono vinti e vincitori, ma solo sconfitti.

Un passo da Boccalone. Storia vera piena di bugie, di Enrico Palandri (L’erba voglio edizioni, 1979), prossimamente in musica su queste reti. Buonanotte

“ogni giorno, senza complessi e senza sensi di colpa inseguo il senso della mia normalità, nel sapone da barba che posso anche non usare, perché ogni mattina, signori, io penso se oggi sia il caso di giustificare la mia vita con il rito del fannullone, o del lavoratore, o se ho voglia di ricominciare tutto da capo un’altra volta, se la mia giornata è già scritta in qualche libro, o se posso reinventare la mia vita, nel muovere gli occhi ora che è giorno, se è giorno, ora che è notte, se è notte
vivo così, associandomi con altri delinquenti per consumare i delitti che riempiono la mia quotidianità, che percorrono ogni strada che io percorro, istigando la mia testa e il mio corpo ad essere là dove io sono, a dare alla mia vita un senso, interrogandomi quasi di continuo, senza i fastidi che le domande noiose pongono, su cosa ho veramente voglia di fare oggi, che il sole è così meravigliosamente rosso sul ponte di galliera, o su quello di brooklyn, o lungo le bellissime dimenticate spiagge di ogni costa; io posso prender l’autobus, posso non pagarlo, potete dire lo stesso? la mia macchina dei desideri non è sincronizzata con la macchina del lavoro, non è sincronizzata con la macchina dei biglietti dell’autobus, non è sincronizzata con la macchina sociale del giusto e dell’illegale, produce diecimila comportamenti ogni giorno, diecimila domande; sono la sola macchina di cui abbia rispetto, la sola a cui io chiedo di vivere meglio, la mia sincronizzazione è incontrollabile, la mia complementarietà, il mio innamorarmi, tutto ciò che faccio e vivo è oltre la regola, ti aspetto anche quando non verrai, e questo è estremamente irragionevole, guardo a lungo il tramonto ed il cielo, e questo mi fa venire in mente che la mia vita e la mia città mi appartengono, che non sono ospite del vostro sistema, ma che sono derubato del mio, e che questo vostro modo di morire ogni giorno, scientificamente, davanti e dentro la macchina della tristezza e della repressione, non ha possessori, ma solo posseduti, che non venderò la vita per un pezzo di pane, che romperò le vostre macchine, attraverserò fuori dalle strisce pedonali, inventerò la birra e l’erba, e mi lascerò inventare da loro; inventerò me stesso, inventerò anche te maria pia, come riuscirò a farlo, nel linguaggio che ancora ci appartiene, che non è quello dello scambio, il desiderio non conosce scambio, conosce solo il furto ed il dono; dieci crimini al giorno, amore mio, e saremo nostri!

Voglio mettere molte cose vecchie, qua e là, cose che ho scritto e dimenticato di aver scritto, ci sono tutti i passaggi fino ad adesso; per me il “romanzo” è una cosa sola: cercare di ricostruire la trama, o le trame delle cose che scrivo, almeno per quel che riguarda questi ultimi mesi, perché oggi mi sembra tutta spezzata la storia, senza né capo né coda.” (pp.51-53)

Indigestione

September 28th, 2022 by dbpoff

Ho un’enormità di cose da leggere, eppure scrivo. Secoli di cultura, di letteratura arretrata, il pensiero nobile d’un’infinità di pensatori eccellenti, ed eppure scrivo che non ci riesco a legger tutto ciò, e poi ad assimilarlo, ad accoglierlo dentro di me: ho bisogno di evacuare, di espellere tutte queste informazioni che accumulo come capitale culturale fittizio. E’ tutta finzione, a volte penso a certi libri che ho letto qualche mese fa in digitale e davanti i miei occhi si para una tabula rasa, un foglio bianco lindo perfetto; non un nome, non un riferimento alla trama, agli snocciolii dell’intreccio. Ad una reazione immediata, il vuoto totale. Un po’ alla volta, fra pianto e stridor di meningi, qualcosa lentamente affiora: nulla a che vedere con gli zero virgola zero zero quattro secondi che impiega gugol a fornirmi qualche milione di risultati indicizzati mostrati in relazione alla mia ricerca effettuata per parole chiave – fra l’altro scritte in modo errato. Nulla a che vedere, nulla da spartire – lui sa tanto di me, io so poco di lui ed altrettanto poco di me, e certe volte non so niente di quello che ho letto, che ho fatto, che ho scritto. E boccheggio, mi sento impotente e vuoto, svuotato – e dò la colpa alla tecnologia, agli schermi luminosi che ci accelerano processi negli occhi e nella testa, ma in pratica neanche di ciò so niente, e soltanto echi, impressioni vacue, sensazioni sbiadite, senso di smarrimento misto a un altro, una sensazione di sottrazione di qualcosa, come d’una linfa vitale che ci scivola via. E’ un nichilismo totale ed esistenziale, sistemico, quello che mi abbraccia, ed eppure sono fra i privilegiati del mondo – bianchi, maschi, etero ecc ecc, un rimembrar queste litanie che in alcun modo è utile alla causa di adesso, questa smarritudine senza compromessi possibili. Senza soste possibili, senza interruzioni possibili, senza vie di fuga credibili – la vita ci scorre fra le dita, ma l’arte del vivere ci è sconosciuta. E così restiamo qui, a lamentarci e ad invecchiare, a incancrenire il nostro sguardo sugli schermi che ci illuminano il volto di una luce fredda, senza storia.

“[…] d’un cambiamento di segno del futuro, da futuro-promessa a futuro-minaccia”, e quest’inondazione quotidiana di informazioni sulla catastrofe imminente ci paralizza, ci tiene inerti immobili a vedere le cose accadere, i soliti ad accaparrarsi le storie del mondo e scriverne a loro volta, inesorabilmente senza speranza, destinate all’estinzione – senza che ciò sia detto in modo esplicito, lasciato intendere fra le righe. Così la natura si manifesta nei cambiamenti climatici e nella crisi ambientale, e l’umanità è allevata e costruita nell’immaginario come a rischio per la sopravvivenza dell’intera specie.

lo spirito è rimosso, l’anima non esiste e dio neppure. c’è la pioggia, che se cade forte fa paura, da una macchina vicina proviene d’improvviso una musica forte, che dopo qualche secondo si spegne, voci nella pioggia, donne uomini ma pure bambini, è del resto sabato sera

Postilla di metodo per le parole del futuro prossimo

March 26th, 2022 by dbpoff

Talvolta, spesso molto spesso, si legge cercando nelle parole una visione d’insieme, una panoramica a volo d’uccello su un fatto, od un insieme di fatti, una serie di dinamiche che costituiscono – o almeno ci provano – un evento, un qualcosa d’accaduto; le ragioni d’una guerra, il senso sottostante la ragione d’una norma, le conseguenze dell’una o dell’altra. Ribaltando la prospettiva, si presuppone chi scrive si adoperi in funzione di soddisfare (sopire) quest’esigenza sottesa; leggendo un articolo di giornale, ci si aspetta una ricognizione ed una formazione al contempo, un passaggio di informazione che sia tacitamente produzione d’una verità – che sarà in fretta opinione, fonte di dibattito, motivo di scontro con un’altra opinione plasmata attraverso la lettura d’un differente articolo, proveniente da una fonte diversa. In fretta ci si scopre bramosi d’essere messi in forma, informati alla svelta, costituiti, fatti e formati, nel minor tempo possibile; noncuranti del domani – che avrà le sue inquietudini e le sue forme, ci si costruisce dell’ e nell’oggi, ché ad ogni giorno basta la sua pena (Mt 6, 34). Eppure, qualcosa non torna. E’ questo un implicito accettare ed aderire – in modo sibillino – la grande macchina della divisione sociale del lavoro, con i suoi modi di produzione; è l’inconscia accettazione d’una produzione scritturale industriale e seriale che rende possibile accettare questo meccanismo in-formale quanto infernale, aspettarsi una costante rimasticazione dei concetti, un continuo riepilogo – dall’acre sapore propagandistico, nella sua sfibrante ridondanza. Ciò è cosa buona solo per gli incalliti masticatori di merda che tentano con più o meno sottesa violenza di convincere tutti gli altri ch’è cioccolato; merda rimane, anche quando si secca.

Ecco perché questa postilla preventiva sulle parole che saranno, dopo lungo tempo d’indugi, timori circa l’insufficiente tendenza (logorante, da pensare d’organizzare e mettere in pratica) alla volontà di scrivere presupponendo una costante visione d’insieme, una panoramica completa e propedeutica, educativa, formativa. Non è, questo, uno spazio di formazione, quanto piuttosto un blocco-note d’osservazione, uno scorcio che attraverso lo sguardo sul particolare cerca risonanze valevoli al simil-universale; un appuntario (un diario d’appunti – appuntiti?). Seguiranno, nel medio-breve periodo, certe impressioni che sfibrano l’esser tenute dentro, ma senza premesse o riepiloghi, resoconti di punti di vista altrui, indicazioni sulla giustezza dell’uno piuttosto che dell’altro. Qui poco conta il giusto, e ancor meno la ragione della giustizia, il politicamente corretto e quelle cazzate che ci hanno fatti tanto civilizzati e tanto poco civili, un gregge di maschere mascherate.

C’è un po’ di frustrazione, certo, ma anche la voglia di fare, di dire, senza l’ansia o la pressione – o la presupponente, opprimente convinzione – del dover avere a tutti i costi ragione. Ce n’è a bizzeffe, di manuali della perfetta messa-in-forma, diete miracolose per il corpo e la mente, anni ed anni di scuola dell’obbligo per finire a scegliere liberamente quale partito votare, quale canale guardare stasera – ma domani un altro, ché siamo in democrazia, eccetera et cetera. Qui, in quest’angolo di mondo che non esiste (ma chissà, forse un giorno esisterà), qui non vi è civiltà, ma solo curiosità stranita – e sdegno, a massicce dosi, ma di lieve entità. Così è, se vi pare; a presto.

Guerra e demenza (senile) – di Franco Bifo Berardi

March 5th, 2022 by dbpoff

Ucraina, agonia dell’Occidente & co: quello che ci occorre è una geopolitica della psicosi. Pubblicato sul blog di Nero il 28 febbraio 2022, qui.

Annientare

Anéantir, l’ultimo libro di Houellebecq, è un volume di settecento pagine, ma la metà basterebbe. Non è il migliore dei suoi libri, ma la più disperata rappresentazione, insieme rassegnata e rabbiosa, del declino della razza dominatrice.

Francia profonda. Una famiglia si riunisce intorno all’ottantenne padre colpito da ictus. Coma interminabile del vecchio patriarca che lavorava per i servizi segreti. Il figlio Paul, che lavora anche lui per i servizi segreti ma anche per il Ministero delle Finanze, scopre di avere un cancro terminale durante il coma interminabile del padre. L’altro figlio, Aurélien, fratello di Paul, si suicida, incapace di affrontare una vita in cui si è sempre sentito sconfitto. Resta la figlia, Cécile, cattolica integralista moglie di un fascistoide notaio che ha perso il lavoro, ma ne trova un altro negli ambienti della destra lepenista.

La malattia terminale è il tema di questo romanzo mediocre: l’agonia della civiltà occidentale.

Non è un bello spettacolo, perché la mente bianca non si rassegna all’ineluttabile. Tragica la reazione dei vecchi bianchi agonizzanti.

Lo scenario in cui questa agonia si svolge è la Francia di oggi, culturalmente devastata da quaranta anni di aggressività liberista, un paese spettrale in cui la lotta politica si svolge nel quadrato mefitico di nazionalismo aggressivo, razzismo bianco, rancore islamico e integralismo economicista.

Ma lo scenario è anche il mondo post-globale, minacciato dal delirio senile della cultura dominatrice ma declinante: bianca, cristiana, imperialista.

Guerra | Agonia | Suicidio

Alla frontiera orientale d’Europa: due  vecchi bianchi giocano una partita in cui nessuno dei due può recedere.

Il vecchio bianco americano è reduce dalla disfatta più umiliante e tragica. Peggio che Saigon, Kabul rimane nell’immaginario globale come il segno del marasma mentale della razza dominatrice.

Il vecchio bianco russo sa che il suo potere si fonda su una promessa nazionalistica: si tratta di vendicare l’onore violato della Santa Madre Russia.

Chi recede perde tutto.

Che Putin sia un nazista è noto da quando concluse la guerra in Cecenia con lo sterminio. Ma era un nazista molto gradito al Presidente americano che guardandolo negli occhi disse di avere capito che era sincero. Molto gradito anche alle banche inglesi che sono piene di rubli rapinati dagli amici di Putin dopo lo smantellamento delle strutture pubbliche ereditate dall’Unione Sovietica. Erano amici carissimi i gerarchi russi e quelli anglo-americani, quando si trattava di distruggere la civiltà sociale, l’eredità del movimento operaio e comunista.

Ma l’amicizia tra gli assassini non dura. A cosa sarebbe infatti servita la NATO, se si fosse davvero instaurata la pace? E come sarebbero finiti gli immensi profitti delle aziende che producono armi di distruzione di massa?

L’espansione della NATO serviva a rinnovare un’ostilità a cui il capitalismo non poteva rinunciare.

Non esiste una spiegazione razionale della guerra ucraina, perché essa è il momento culminante di una crisi psicotica del cervello bianco. Che razionalità ha l’espansione della NATO che arma i nazisti polacchi, baltici, ucraini contro il nazismo russo? In cambio Biden ottiene il risultato più temuto dagli strateghi americani: ha spinto Russia e Cina in un abbraccio che cinquant’anni fa Nixon era riuscito a incrinare.

Dunque per orientarci nella guerra incombente non serve la geopolitica, ma la psicopatologia: forse ci occorre una geopolitica della psicosi.

Infatti in gioco c’è il declino politico, economico, demografico e alla fine psichico della civiltà bianca, che non può accettare la prospettiva dell’esaurimento, e preferisce la distruzione totale, il suicidio, alla lenta estinzione del dominio bianco.

Occidente | Futuro | Declino

La guerra ucraina inaugura una isterica corsa agli armamenti, un consolidamento delle frontiere, uno stato di violenza crescente: dimostrazioni di forze che in realtà sono segno del marasma senile in cui è caduto l’Occidente.

Il 23 febbraio 2022, quando le truppe russe erano già entrate nel Donbass, Trump, ex presidente e candidato alla prossima presidenza, giudica Putin un genio del peacekeeping. Suggerisce che gli Stati uniti dovrebbero mandare un esercito simile alla frontiera col Messico.

Cerchiamo di capire cosa vuol dire l’osceno Trump. Che nucleo di verità contiene il suo delirio? In questione è lo stesso concetto di Occidente.

Ma chi è l’Occidente?

Se della parola “Occidente” diamo una definizione geografica, allora la Russia non ne fa parte. Ma se di quella parola pensiamo il nucleo antropologico e storico, allora la Russia è più Occidente di ogni altro occidente.

L’Occidente è la terra del declinare. Ma è anche la terra dell’ossessione di futuro. E le due cose sono una sola, poiché per gli organismi soggetti alla seconda legge della termodinamica, come sono i corpi individuali e sociali, futuro vuol dire declino.

Siamo dunque uniti nel futurismo e nel declino, cioè nel delirio di onnipotenza e nella disperata impotenza, noi occidentali dell’Ovest e gli occidentali della smisurata patria russa.

Trump ha il merito di dirlo senza tante storie: i nostri nemici non sono i russi, ma i popoli del sud del mondo, che abbiamo sfruttato per secoli e ora pretendono di spartire con noi le ricchezze del pianeta, e vogliono emigrare nelle nostre terre. Il nemico è la Cina che abbiamo umiliato, l’Africa che abbiamo depredato. Non la bianchissima Russia che fa parte del Grande Occidente.

La logica trumpista si fonda sulla supremazia della razza bianca di cui la Russia è l’avamposto estremo.

La logica di Biden invece è la difesa del mondo libero che sarebbe poi il suo, nato da un genocidio, dalla deportazione di milioni di schiavi e fondato sull’ineliminabile razzismo sistemico. Biden rompe il Grande Occidente a favore di un Piccolo Occidente senza Russia, destinato a dilaniarsi, e a coinvolgere nel suo suicidio l’intero pianeta.

Proviamo a definire l’Occidente come sfera di una razza dominatrice ossessionata dal futuro. Il tempo si tende in una pulsione espansiva: la crescita economica, l’accumulazione, il capitalismo. Proprio questa ossessione di futuro alimenta la macchina del dominio: investimento di presente concreto (di piacere, di rilassamento muscolare) in astratto valore futuro.

Potremmo forse dire, riformulando un poco i fondamenti dell’analisi marxiana del valore, che il valore di scambio è proprio questa accumulazione del presente (il concreto) in forme astratte (come il denaro) che si possono scambiare domani.

Questa fissazione sul futuro non è affatto una modalità cognitiva naturale dell’umano: gran parte delle culture umane sono fondate su una percezione ciclica del tempo, o sulla dilatazione insuperabile del presente.

Il Futurismo è il passaggio alla piena autoconsapevolezza, anche estetica, delle culture dell’espansione. Ma i futurismi sono diversi e in qualche misura divergenti.

L’ossessione del futuro ha implicazioni diverse nella sfera teologico-utopica che è propria della cultura russa, e nella sfera tecnico-economica che è propria della cultura euroamericana.

Il Cosmismo di Fedorov e il Futurismo di Majakovski hanno  un respiro escatologico di cui sono privi sia il fanatismo tecnocratico marinettiano, sia i suoi epigoni americani alla Elon Musk. Forse per questo tocca alla Russia terminare la storia dell’Occidente, e ora ci siamo.

L’Occidente ha rimosso la morte perché non è compatibile con l’ossessione del futuro. Ha rimosso la senescenza perché non è compatibile con l’espansione.

Il nazismo è ovunque

Dopo la soglia pandemica, il nuovo panorama è la guerra  che oppone nazismo a nazismo. Gunther Anders aveva presentito nei suoi scritti degli anni Sessanta che la carica nichilista del nazismo non si era affatto esaurita con la sconfitta di Hitler, e sarebbe tornata sulla scena del mondo per effetto dell’ingigantirsi della potenza tecnica che provoca un sentimento di umiliazione della volontà umana, ridotta all’impotenza.

Ora vediamo che il nazismo riemerge come forma psicopolitica del corpo demente della razza bianca che reagisce rabbiosamente al suo inarrestabile declino. Il caos virale ha creato le condizioni di formazione di una infrastruttura biopolitica globale, ma ha anche accentuato fino al panico la percezione di ingovernabilità del proliferare caotico della materia che perde ordine, che si disintegra, e muore.

L’Occidente ha rimosso la morte perché non è compatibile con l’ossessione del futuro. Ha rimosso la senescenza perché non è compatibile con l’espansione. Ma ora l’invecchiamento (demografico, culturale, e anche economico) delle culture dominatrici del nord del mondo si presenta come uno spettro che la cultura bianca non può neppure pensare, figuriamoci poi accettare.

Ecco quindi il cervello bianco (quello di Biden come quello di Putin) entrare in una crisi furiosa di demenza senile. Il più sfrenato di tutti, Donald Trump, dice una verità che nessuno vuole ascoltare: Putin è il nostro migliore amico. Certamente è un assassino razzista, ma noi non lo siamo di meno.

Biden rappresenta la rabbia impotente che provano i vecchi quando si rendono conto del declinare delle forze fisiche, dell’energia psichica e dell’efficienza mentale. Ora l’esaurimento è in fase avanzata, l’estinzione è la sola prospettiva rassicurante.

Potrà l’umanità salvarsi dalla violenza sterminatrice del cervello demente della civiltà occidentale, russa europea e americana, in agonia?

Comunque evolva l’invasione dell’Ucraina, che divenga occupazione stabile del territorio (improbabile) o che si concluda con un ritiro delle truppe russe dopo aver compiuto la distruzione dell’apparato militare che gli euroamericani hanno fornito a Kiev (probabile), il conflitto non si può comporre con la sconfitta di uno o dell’altro dei due vecchi patriarchi. Né l’uno né l’altro possono accettare di recedere prima di avere vinto. Perciò questa invasione sembra aprire una fase di guerra tendenzialmente mondiale (e tendenzialmente nucleare).

La questione che al momento appare senza risposta è relativa al mondo non occidentale, che ha subito per alcuni secoli l’arroganza, la violenza lo sfruttamento di europei, russi e infine americani.

A Firenze si tiene un convegno sull’emigrazione e chiamano Marco Minniti come relatore, che è pressapoco come invitare Adolf Hitler a tenere una prolusione sulla questione ebraica.

Nella guerra suicida che l’Occidente ha scatenato contro l’Altro Occidente le prime vittime sono coloro che hanno subito il delirio dei due occidenti, coloro che non vorrebbero alcuna guerra, ma debbono subirne gli effetti.

La guerra finale contro l’umanità è cominciata.

La sola cosa che possiamo fare è disertarla, trasformare collettivamente la paura in pensiero, e rassegnarsi all’inevitabile, perché solo così può accadere, in contrattempo, l’imprevedibile: la pace, il piacere, la vita.

PpdS

December 14th, 2021 by dbpoff

Per chi è arrivato all’inceppamento pandemico a ridosso della ventina o poco di più, il carrozzone d’accadimenti sanitari-politici-esistenziali non potranno averlo lasciato del tutto indifferente, o forse meglio, al contrario, mai così indifferente, nel modo di considerarne gli strascichi.

D’eccezionale, in uno stato d’eccezione, vi è l’entità del carico di dolore imposto alla singola sopportazione, l’elevazione di grado della “certezza” dimostentata dal potere, legittimato e vidimato dall’opinione degli esperti, degli accademici, dei titolari del sapere legittimo che autorizza un potere legale d’azione che si allarga via via, e infine l’imposizione di nuovi e nuove gradi e condizioni di realtà che operano nella vita quotidiana; alterazioni linguistiche, prassi ordinarie, automatismi, regole, conseguenze di questi e di quelle.
D’eccezionale, in uno stato d’eccezione, vi è la condizione d’esistenza del singolo denudata della patina d’ipocrisie non dette che ne costituiscono gli assiomi nascosti, le traiettorie di senso oggi in crisi, secolarizzate. Le maglie dei vari poteri si serrano, circoscrivendo l’entità dei recinti e dei pascoli cui è concesso razzolare alle popolazioni nazionali, mentre il senso superiore tende a sgretolarsi del tutto e l’apocalisse si presenta come un quando, piuttosto che un ipotetico se, e tutto ciò in pieno e dispiegato scientismo, ateismo, ipermodernismo, transumanesimo.

Vi è d’eccezionalmente straordinario che qualcuno ha perso la voglia di fare programmi sul proprio futuro, pensare la propria vita come un capolavoro da non gettare nella pastoia dell’insignificanza spirituale, della mercificazione tout court dell’inconscia sovrapposizione identitaria fra i molteplici strati che si interpolano fra il reale, il virtuale, il metaverso attuale – che Andrea Olivieri rende bene, nel descrivere il varco 4 al porto di Trieste, dipigendo un quadretto composito di persone fisicamente presenti ma in tutto volte al loro proprio e stesso sconfinamento virtuale; una presenza realmente pixelata.

Denudati delle certezze ipocrite, bramosi di sicurezze stabili, timorosi del cambiamento, e della crisi, spogliati d’ogni trascendenza e d’ogni alterità possibile, rispetto quest’esausto mondo sensibile, ci scopriamo paralizzati su quelle rotaie, gli occhi fissi sui fari del treno che minaccia d’investirci come le generazioni che s’accavallano e sprizzano, odorano dal nostro sangue. Come traumatizzati, abbandonati alle nostre solitudini ci siamo scoperti piccoli, vuoti e freddi, incerti in tutto, incostanti, tiepidi in ogni sentire, sempre più assenti e soprattutto insensati, di passaggio, inutili, vani.

La pandemia è un bel bagno di realtà, o d’umiltà, prima di tutto il resto; forse l’unico elemento credibile, cui credere davvero è un imperativo morale, è questo quasi imprescindibile nichilismo di fondo, punto di partenza per una ricostruzione di senso possibile, consapevolmente generato, costruito, concordato, frutto d’un lavoro condiviso. Fino a questi tempi incerti, imperturbabili soltanto godevamo dei nostri privilegi, talvolta infastiditi da qualche dubbio di passaggio, qualche timore sul senso, ben presto represso in qualche piacere dei sensi, qualche soddisfazione della carne, un po’ di droga, un po’ di sesso. Ora, squarciato il velo, tutto ciò non basta più, ma al contrario, ulteriormente svela la voragine, i mostri polverosi che negli anni avevano costruito il proprio regno sotto il tappeto e le moquettes che fanno morbide tutte quelle strane, incomprensibili storture che pervadono i paesaggi operazionali ai bordi delle città, dove la vita urbana ancora sprizza e brilla, tempestata di vetrine e profumi che scorrono impetuosi fra le luci del centro dove s’ostenta e si nega, si mente e si trangugia, e tutto per non pensare, e ciò per non ridursi soli, nel buio, a piangere.

Io credo che non ne usciremo. Certo non migliori, ma nemmeno peggiori. Non ne usciremo e basta, le vie di fuga serrate una ad una, il dissenso sempre più stigmatizzato, strumentalizzato, manipolato e represso, schiacciato fra quelle pareti alte asfittiche e metalliche che adombrano i monumenti alle vittime dei totalitarismi, dei campi, del potere che giunto all’apice del ciclo di sé stesso non può che irrigimentarsi, crescere e fiorentemente splendere nello spreco, nell’abuso fine a sé stesso, nell’oltre il governo, l’amministrazione, la plasmazione, la costruzione e l’alterazione del soggetto suddito e della popolazione gregge: il controllo, oltre tutto questo, è prima di tutto predittivo, oltre che ovviamente repressivo. E’ nel circoscrivere il campo del pensiero possibile, nel plasmare vagonate d’individui che non possono pensare un altrimenti alla loro sudditanza, il “compimento del compito” portato a termine dallo Stato, dal potere, da chi comanda; allora la creatura si dimena, smania e impreca, ma poi poco alla volta si redime, e tristemente accetta la sua condizione, si piega e cerca di dimenticare.

Ogni giorno quelli come me si alzano e sanno che dovranno ribadirsi di esserci sebbene il senso latiti, dovranno guardare in faccia la propria insensata presenza al mondo, con un pugno ben assestato fracasseranno l’immagine riflessa nello specchio dentro di sé, la cui giornata inizia andando in mille pezzi, e versando lacrime di ghiaccio, preventivamente sedati, tristi e inconsolabili si siedono al tavolo della cucina, soli, che il sole splende già da un po’, ancora una volta sopraggiunti troppo tardi, premeranno un tasto e si troveranno un caffè in mano. Senza vie di fuga, senza vie d’uscita. E senza programmi sul futuro, progetti per un avvenire ri-sensato, disegni di vita, ragioni d’entusiasmo. Solo qualche parametro produttivo, qualche interazione ormai stinta, parole sorrisi pensieri inquietudini e poi di nuovo il buio, il silenzio rotto dai crepitii delle zone industriali dei dintorni, voci soffuse goliarde che imprecano qualche certezza, così per fuggire la paura. Il tasso d’invivibilità cresce, giorno per giorno, e la strenua ingenua irrazionale esigenza di sopravvivere con esso. E sempre e solo, in compagnia della noia.