Archive for May, 2026

giorno dieci: ripartire

Thursday, May 14th, 2026

riprovare, ritentare, ricominciare. Darsi da fare, tentare, ritentare. Provare e riprovare. La notte chiara di fosco di aerei e di grilli, i capelli sciolti di una settimana come un’altra che se ne va, e si porta dietro la sera della domenica, la fine di qualcosa e l’inizio di qualcosa di altro. Le stanze sono liete, le lampade di sale brillano nella notte assorta. Tutto tace, finché il silenzio non è rotto dal rombo. Godo in questa quiete, mi ci spaparanzo, leggo Gadda e guardo il Classico, in onda su rete quattro chissàperché. Sperimento, oso, tento. Risveglio ammezzato, alle cinque un porro osato sul balcone di B prima dello scroscio mattutino e poi un amplesso tentato, l’incapacità di gestire la testa il sesso e il cuore, in fondo e nonostante tutto. Controllare la testa, questo è il fatto scomodo. Non farla comandare quasi mai, forse è questo il segreto. Comunque, liquido che esce e tutto finisce prima del risveglio, e poi il risveglio e tutto quanto, i saluti che sono sempre un addio temporaneo, il pranzo in famiglia di crescentine leggere che stipano la pancia come poche cose al mondo, la famiglia i cugini i nonni gli zii, esser lieti per il tempo di un pranzo, chiacchierare, promettere fuochi d’artificio quando finirà la fatica di questo tempo, questo anno – la fine del mese, insomma. Fuochi d’artificio, perché no. Sparare soldi in aria come fuochi colorati, che ridere assoluto se i soldi sono i tuoi. Le zanzare sterili sparate dal comune di Bologna, che non pungono e riproducono zanzare che a loro volta non pungono. Le zanzare OGM che non pungono, notizia della domenica che ci fa ridere di Lepore – ai tanti me che mi popolano, si intende. Sistemare casa, dopo esser tornati ed aver defecato lautamente, finire lo studio, oramai. Posizionare le casse, mettere la musica. Inizialmente non va, ma poi guardo su internet e subito dopo si, ci metto poco, tutto sommato. Ascolto Fulminacci, poi la riproduzione casuale che va in coda. Attacco la foto di Carlo, faremo il disco per G. Mi immagino suoni, fantastico sul solito niente che mi vivifica. Esco una volta, sull’imbrunire, poi rientro e rispondo alle mail degli studenti che chiedono informazioni. Ritento, riesco. Sono le ultime? Dicono così. Trovare modo di non trovare modo di farlo. Sento la fame della cena saltata. Conto di prendermi almeno un gatto, ma magari due che si fanno compagnia, due fratelli, perchè no. Un altro aereo. Prima parte che va in conclusione, fine primo tempo – chissà.

Sarebbe bello non fare mai male a nessuno. Ascolto l’ultimo disco di Dimartino nell’impianto che ho allestito oggi stesso e penso che è il caso di pensare alle cose belle. Guardare le onde, mare dolce, senza un motivo. Tema di violini. Scorrere insieme.

mezzanotte e quarantenni: corregge così, l’ia che controlla il mio scrivere, e dunque lascio fare. Si consuma come le altre, questa notte, e non faccio resistenza. Rigurgiti, giustamente. La foto appesa è già caduta, la riattacco senza fretta. Provo il programma, apro un progetto, la musica non è immediata ma si può fare, gli strumenti ci sono. Cercare altre vie di piacere, altri strumenti di fatica e di realizzazione. Provo un giro trance di bassi, una roba ipnotica, a quest’ora della sera. Nessuno si lamenta, nessuno mi ode. È il suono che si fa voce, la voce che tace di fronte al suono. Il progetto è quello di un diluvio di suoni, come. La colonna sonora di questo tempo trascorso, di questi anni passati. La voce del libro, chissà. Quello che cestato dopo, forse, meglio. Questi mesi, questo tempo divisi. Si può raccontare solo quello che ci passa sottomano, quello che ci scorre fra i piedi ingolfati di fango e sudore. Non so che dire, spero verrà un disco degno di ezzer ascoltato almeno due tre volte, dai. Sicuramente sarà sperimentale, una sperimentazione mai sperimentata prima. Anche nei suoni prestabiliti dei loop, anche lì, cerchiamo quello che non è ancora stato fatto e suonato. Ritmi tribali, robe sciamaniche. Prendere dentro i tamburi di Af, certo. Campionare le melodie popolari, i canti della gente. Le voci della strada, anche. In un bar, tipo. Guardare per comprare un microfono ambientale, tipo. Un registratore vocale, anche. Fare acquisti online, sperimentare. Amazon. Il registratore è facile, con trenta euro te la cavi. Il microfono invece è una questione più complessa, ma penso; ne ho già uno, uso quello che ho. Lo porto all’aperto, con la scheda e il pc. Perché no? Non ne vedo veramente ragioni plausibili. Stomaci pieni portano spinaci alla gola, polpi alle calcagna.

giorno sei: niente cambia

Thursday, May 7th, 2026

per il momento, ma domani è un giorno nuovo, in cui qualcosa succede, come del resto è successo oggi, e ieri e domani. Killer il classico giorno dopo, che ci ripensi e le scrivi una mail, con il profilo della scuola verso il profilo della scuola, per parlare di una cosa di scuola, fuori dall’orario di scuola. Iniziata in orario, finita fuori tempo massimo, già in K, con altri pensieri. Eppure spedita, eccome. Il dado è tratto, ma veramente. Oggi è il giorno in cui un ponte è stato gettato, un tentativo è stato fatto. C’è da prenderne atto. Comunque andrà il futuro, mi sono esposto al vento. Qualsiasi cosa succederà, magari niente, oggi è un giorno nel quale mi sono messo in gioco. Sono lieto, mi sento leggero, questo vento, lo dico all’amico che riposa qui, a bordo del fiume che poi è un canale, lungo una valle dentro una valanga, addio amico C. Riguardo certe foto e mi sembra impossibile. Sembra impossibile che certi momenti siano messi in dubbio dall’ovvietà della morte. L’ultima volta che ci siamo visti ho fatto quelle foto, e ricordo che anche tu ne avevi fatte. Poi non ci siamo più visti, poi non ci hai visto più. Addio, amico. [Fine del cordoglio]. Spazio. Tempo.

dove questa storia porta non lo so, un impegno didattico, qualcosa da preparare, e va bene. Se ci sarà dell’inaspettato sarà vissuto col sorriso, lo prometto. Promessa di Prometeo. Vento da est. Abbigliamento insufficiente, parti del corpo scoperte. Oramai è quasi buio del tutto, la birra è finita, e tutto il resto, non resta che tornare all’ovile alla pia caverna che gli umani chiamano casa. Lo concedo a me stesso, come. Mi dico: concludi. Sparalo adesso, il finale edificante. Tiralo fuori. Saper risolvere i conflitti, un talento come un altro. Non ce l’ho. E pazienza. Saper mediare, nemmeno. Alimentarli: un po’. Non ci pensare. Grattati, piuttosto. Fine.

giura che non sai il finale / che ti butti e basta / l’acqua non è fonda come credi / sai nuotare meglio di come pensi / ce la farai / ne sono certa / io di mio ti lascio qui / a provarti da solo / me ne vado con me stessa / con ciò che mi attende / non lo sapevo ma forse sì / forse sei fatto per altro / non ero la tua meta / né il mistero risolto / me ne vado perché te ne sei andato / e mi chiedo se ci sei mai stato / se c’eri quando ero felice con te / se siamo stati felici insieme / vita nell’acqua

non so dire non so dire / il dubbio mi percuote e mi ottenebra / mi scuote e mi sbrindella / mi scompensa, mi logora / non so cosa sogno / non sogno da molto / perduto vago ramingo / non so il finale no / cedo al pensiero di perdere tutto / e trovare niente / non so non so / e chissà

c’è pur sempre domani apposta

giorno cinque: tutto torna

Wednesday, May 6th, 2026

sto di fianco a una prof di chimica che mi tromberei in quest’aria insegnanti, le scarpe bianche di gomma e i calzini alla caviglia, le labbra carnose e due belle chiappone che a sculacciarle fanno ciaff ciaff come un suono di onde che sfrigolano sulla battigia. Sto storto, quattro ore di sonno e poco più, ieri alle due ero al mulino bruciato a mangiare della pasta che sto ancora digerendo, dopo l’amichevole che chiude la stagione più brutta della squadra di calcio che ci permette di dirci amatori. Squadra di brocchi, quella degli avversari, livello osceno, ma del resto noi siamo peggio, e dunque va bene così. Forse abbiamo vinto, forse pareggiato, non so: l’unica cosa che so è che non ne avevo voglia mezza, che avevo trascorso il pomeriggio al parco dell’osservatorio astronomico a bere birre e fumare cannoni, seduto in un prato, e di giocare a pallone non ci pensavo proprio. Poi è successo. Sono stato in porta e non ho preso gol. Senza occhiali. Sono riuscito a non farmi male, anche se le caviglie mi scricchiolano. E sono uno straccio, e ho altre due ore da portare a casa. Poi andare a casa, letteralmente, e da lì andare a scuola di nuovo, per l’ultimo collegio dell’anno. Vorrei farmi un riposino in quest’aria insegnanti, quando ci incontriamo S mi sorride e questa cosa mi fa paura, perché vorrei ridere insieme per sempre, da oggi fino all’ultimo giorno della mia vita, anche se ciò creerebbe un po’ di problemi a quanto prescritto negli ultimi anni, per quel che riguarda il faldone dei cazzimiei. È un bel problema, quel sorriso. La donna più bella che ho mai visto, è. That is. La sciacquetta di chimica qui di fianco, al confronto, un sette e mezzo per ogni scala di misurazione possibile, si scopre un tre più affianco a S. Che se i nostri occhi si incontrano mi sorride, che trova occasione per dirmi qualcosa che riguarda il poco che abbiamo in comune, e io subito da povero pagliaccio che penso di avere qualche possibilità. Coglione! Hai la possibilità di bruciare vivo partendo dai piedi, cazzone. Sei fidanzato! Da quattro anni. Potrei fermarmi qui, ma continuo, perché questa storia si riallaccia alla storia di ieri, il mulino bruciato, le storie dei bruciati che in certi contesti chiamo amici, le cose che si dicono, che al Cortile Caffè è pieno di trentenni allupate che fanno la corte ai maschi con le mani legate, che G quello con cui mi do il cambio in attacco, lui pure è fidanzato dagli stessi anni, si spugnetta due minimo ma anche quattro (ieri stesso) e lo fa pure prima di andare a trovare la sua tipa, è fidanzato incastrato legato ammanettato e represso come uno che ancora deve scoprire che prendersi un dito in culo mentre se lo fa succhiare è un bel modo per far evolvere la propria schiavitù.

Mi sono spiegato o servono altre parole? nel frattttempo, lei entra in aula e la luce di improvviso splende. Fa qualcosa al computer, batte la tastiera in modo similnervoso, a scorta la capodogliosa la impezza, con ‘sto vestito che la fascia dall’alto al basso sembra un cazzo di insaccato, tipo un cotechino gigante. Entra Nkt dicendo stampante, e con MdB già presente, ecco i down della secondabbì tutti nella stessa stanza. In fretta cambia l’aria qui, con tutti questi cromosomi che svolazzano. Credo la lucidità estrema sperimentata fino a qui sia destinata a vagare e poi spegnersi.

la scena: mdb lavora con la prof al pc, a un certo arriva S di fronte a loro, mi da le spalle, si piega sul pc, mi da il culo in faccia. Impazzisco. Telefono, foto, fatta: tre, anzi. Ci godo. Le riguardo: questo jeans chiaro viene troppo chiaro, quasi bianco, in foto. Qualità scadente. Lo fa apposta? Nel caso è un fottuto buon segno, ma non so se lo fa apposta. Sembra troppo pura e innocente per farlo apposta, mannaggia ai clericali del cazzo. Avrà dieci cazzi per le mani ogni fottuto weekend. Io sono aggrippato come un riccio, mando la foto a Jonz, anche lui si stupisce. Lui si sta per sposare, e il nome galeotto che genera dubbi è meglio pronunciarlo a voce molto bassa. Gli scrivo: passo la settimana a cercare di dimenticarmela, poi vengo qui e ogni mercoledì mattina siamo daccapo. Ogni fottutissimo mercoledì mattina.

Volevo dire, anche; siamo compagni di ruolo, io e G, e pare anche di destino. Stesse manette, stesso aggrippo, voglia di provare qualcosa di nuovo, malessere dato da questa condizione che appare infertile e immobile. La nostra tipa sa solo succhiare, e non è neanche molto brava ma non possiamo dirglielo perché se no si offende e non me lo succhia nemmeno più. Sa succhiare e prenderlo dentro, so come farla godere e venire e andarsene, pure. Siamo arrivati, e ora non sappiamo dove andare. Non c’è grandi prospettive, o forse manca la voglia di crederci, di giocarsi, di sperimentarsi in qualche sfida insieme. Continuare a stare insieme, a crescere, giorno dopo giorno. E pure, penso un po’ che giocarsi al di fuori sarebbe un’occasione per lustrarsi, per lucidarsi un po’, darsi un tono. Quasi suona. I due down girano per la stanza alla maniera dei down, senza scopo, guardandosi intorno come ritardati. Mi fanno male le caviglie, e voglio pisciare. Il down dice: Alleluia, religione. Il prof di religione ride. È già il sei e non cambia niente. Anche oggi non ho voglia di fare un cazzo, come al solito. Rubo lo stipendio, compro due birre al supermercato, mi presento in botta al collegio, fumo mentre guido. Cose così. Senza la possibilità di trombarmi il mio sogno, non mi resta che desognare me stesso. È triste, ma così gira questa stanca ruota. La vecchiona di sostegno (quella che avrei potuto avere nella mia ora invece di S) dice che bello ha smesso di piovere, e in fondo ha ragione, io dico eh ma poi nient’altro. Non so perché ma a un certo punto le prof di sostegno invecchiano e a quel punto cambiano nome in Patrizia. Non ho memoria di una Patrizia con meno di sessant’anni.

chiudi. È sera, notte già. Auguri al cugino F, che ogni sei di maggio compie gli anni. Si continua imperterriti verso chissadove, come i lavori del tram.

giorno uno: niente di nuovo

Saturday, May 2nd, 2026

scritto il giorno due. Il primo è stato: annullare, riprovare il giorno due. Tempesta notturna, niente viene a galla perché già tutto galleggia. Rifiutare gli impegni, scappare. Rifugiarsi nel letto, come l’uno febbraio ma in una versione primaverile. In casa è freddo, al sole si torna in vita. Una bottiglia di lambrusco di sorbara al tramonto, la cagna nuova dell’affittuario di mio zio che ha paura delle persone, e mi passa davanti indugiando. Stare a questo sole, viverlo appresso, felicitarsi di questo. Tornare a casa senza esser andati via, rimettersi nel letto, leggere per dormire, addormentarsi. Svegliarsi a mezzanotte, vedere la luna di Wesak che brilla nel cielo, non sapere se alzarsi per salutarla, la paura di ricascarci. Non davanti a questa luna, mi dico, e mi giro nel letto. In altri gironi del sonno mi trovo dopo un po’. Non davanti alla luna, ma alla luce del sole commetto i miei misfatti. C’è un mese intero per riprovarci, a partire dall’oggi.

Luna di Wesak

Friday, May 1st, 2026

Cade domani sera, domani sera è luna piena. “È un momento in cui la percezione può espandersi più facilmente, come se la coscienza stessa diventasse più accessibile”, dicono di lei taluni. Maggio che si apre e si chiude con due lune piene, come un banco di prova per misurarsi in forme e dimensioni nuove, più pure, depurate. È un invito, mi pare. Un accenno a chi é sulla strada, ma non sa dove andare. O lo sa, magari, ma non riesce a incamminarsi nella direzione giusta, e sceglie sempre quella che riporta a casa, al divano di casa, alle pentole che fanno rumore e ai passi che lasciano impronte di colpevolezza. Ai sensi di consapevolezza. Il ragazzo incontra l’alchimista, nell’oasi. Conta solo il presente, gli dice il cammelliere. Se oggi è il giorno, è il giorno giusto perché lo sia. Affinarsi della coscienza, acuirsi del sentire. Trentuno giorni di prova: due lune. Un diario digitale, questo. Provare, perché no. Nulla lo impedisce. Ballonzolando da un piede all’altro, scrollarsi di dosso la paura di quello che potrebbe essere. Sforzarsi di ritrovare la bussola che indica la direzione della Leggenda Personale, per rimanere in tema con la traccia. Capire il senso di una professione, praticarla, professarla.

Wesak, il Makhtub. Non nella brace che sprizza nel buio, ma il bagliore della luna, il canto dell’usignolo notturno e non il rombo dell’aereo che solca il cielo. La brezza che plana sui campi tosati, il lieve passo del lupo nella notte chiara. Diario di un umano apprendista, di un apprendistato umano. Rimarginare le ferite delle sostanze con la cura dei libri, delle letture sostenute con vigore, dell’entusiasmo del vivere. Saper rinunciare, imparare. Solo questo mi manca. C’è la materia prima, in tutti i sensi. Non il diario della scelta di una rinuncia, ma di tutto ciò che c’è oltre, un mondo infinito. Basta un giorno, e può essere domani. Wesak.