Archive for the ‘Diarie’ Category

giorno dieci: ripartire

Thursday, May 14th, 2026

riprovare, ritentare, ricominciare. Darsi da fare, tentare, ritentare. Provare e riprovare. La notte chiara di fosco di aerei e di grilli, i capelli sciolti di una settimana come un’altra che se ne va, e si porta dietro la sera della domenica, la fine di qualcosa e l’inizio di qualcosa di altro. Le stanze sono liete, le lampade di sale brillano nella notte assorta. Tutto tace, finché il silenzio non è rotto dal rombo. Godo in questa quiete, mi ci spaparanzo, leggo Gadda e guardo il Classico, in onda su rete quattro chissàperché. Sperimento, oso, tento. Risveglio ammezzato, alle cinque un porro osato sul balcone di B prima dello scroscio mattutino e poi un amplesso tentato, l’incapacità di gestire la testa il sesso e il cuore, in fondo e nonostante tutto. Controllare la testa, questo è il fatto scomodo. Non farla comandare quasi mai, forse è questo il segreto. Comunque, liquido che esce e tutto finisce prima del risveglio, e poi il risveglio e tutto quanto, i saluti che sono sempre un addio temporaneo, il pranzo in famiglia di crescentine leggere che stipano la pancia come poche cose al mondo, la famiglia i cugini i nonni gli zii, esser lieti per il tempo di un pranzo, chiacchierare, promettere fuochi d’artificio quando finirà la fatica di questo tempo, questo anno – la fine del mese, insomma. Fuochi d’artificio, perché no. Sparare soldi in aria come fuochi colorati, che ridere assoluto se i soldi sono i tuoi. Le zanzare sterili sparate dal comune di Bologna, che non pungono e riproducono zanzare che a loro volta non pungono. Le zanzare OGM che non pungono, notizia della domenica che ci fa ridere di Lepore – ai tanti me che mi popolano, si intende. Sistemare casa, dopo esser tornati ed aver defecato lautamente, finire lo studio, oramai. Posizionare le casse, mettere la musica. Inizialmente non va, ma poi guardo su internet e subito dopo si, ci metto poco, tutto sommato. Ascolto Fulminacci, poi la riproduzione casuale che va in coda. Attacco la foto di Carlo, faremo il disco per G. Mi immagino suoni, fantastico sul solito niente che mi vivifica. Esco una volta, sull’imbrunire, poi rientro e rispondo alle mail degli studenti che chiedono informazioni. Ritento, riesco. Sono le ultime? Dicono così. Trovare modo di non trovare modo di farlo. Sento la fame della cena saltata. Conto di prendermi almeno un gatto, ma magari due che si fanno compagnia, due fratelli, perchè no. Un altro aereo. Prima parte che va in conclusione, fine primo tempo – chissà.

Sarebbe bello non fare mai male a nessuno. Ascolto l’ultimo disco di Dimartino nell’impianto che ho allestito oggi stesso e penso che è il caso di pensare alle cose belle. Guardare le onde, mare dolce, senza un motivo. Tema di violini. Scorrere insieme.

mezzanotte e quarantenni: corregge così, l’ia che controlla il mio scrivere, e dunque lascio fare. Si consuma come le altre, questa notte, e non faccio resistenza. Rigurgiti, giustamente. La foto appesa è già caduta, la riattacco senza fretta. Provo il programma, apro un progetto, la musica non è immediata ma si può fare, gli strumenti ci sono. Cercare altre vie di piacere, altri strumenti di fatica e di realizzazione. Provo un giro trance di bassi, una roba ipnotica, a quest’ora della sera. Nessuno si lamenta, nessuno mi ode. È il suono che si fa voce, la voce che tace di fronte al suono. Il progetto è quello di un diluvio di suoni, come. La colonna sonora di questo tempo trascorso, di questi anni passati. La voce del libro, chissà. Quello che cestato dopo, forse, meglio. Questi mesi, questo tempo divisi. Si può raccontare solo quello che ci passa sottomano, quello che ci scorre fra i piedi ingolfati di fango e sudore. Non so che dire, spero verrà un disco degno di ezzer ascoltato almeno due tre volte, dai. Sicuramente sarà sperimentale, una sperimentazione mai sperimentata prima. Anche nei suoni prestabiliti dei loop, anche lì, cerchiamo quello che non è ancora stato fatto e suonato. Ritmi tribali, robe sciamaniche. Prendere dentro i tamburi di Af, certo. Campionare le melodie popolari, i canti della gente. Le voci della strada, anche. In un bar, tipo. Guardare per comprare un microfono ambientale, tipo. Un registratore vocale, anche. Fare acquisti online, sperimentare. Amazon. Il registratore è facile, con trenta euro te la cavi. Il microfono invece è una questione più complessa, ma penso; ne ho già uno, uso quello che ho. Lo porto all’aperto, con la scheda e il pc. Perché no? Non ne vedo veramente ragioni plausibili. Stomaci pieni portano spinaci alla gola, polpi alle calcagna.

giorno sei: niente cambia

Thursday, May 7th, 2026

per il momento, ma domani è un giorno nuovo, in cui qualcosa succede, come del resto è successo oggi, e ieri e domani. Killer il classico giorno dopo, che ci ripensi e le scrivi una mail, con il profilo della scuola verso il profilo della scuola, per parlare di una cosa di scuola, fuori dall’orario di scuola. Iniziata in orario, finita fuori tempo massimo, già in K, con altri pensieri. Eppure spedita, eccome. Il dado è tratto, ma veramente. Oggi è il giorno in cui un ponte è stato gettato, un tentativo è stato fatto. C’è da prenderne atto. Comunque andrà il futuro, mi sono esposto al vento. Qualsiasi cosa succederà, magari niente, oggi è un giorno nel quale mi sono messo in gioco. Sono lieto, mi sento leggero, questo vento, lo dico all’amico che riposa qui, a bordo del fiume che poi è un canale, lungo una valle dentro una valanga, addio amico C. Riguardo certe foto e mi sembra impossibile. Sembra impossibile che certi momenti siano messi in dubbio dall’ovvietà della morte. L’ultima volta che ci siamo visti ho fatto quelle foto, e ricordo che anche tu ne avevi fatte. Poi non ci siamo più visti, poi non ci hai visto più. Addio, amico. [Fine del cordoglio]. Spazio. Tempo.

dove questa storia porta non lo so, un impegno didattico, qualcosa da preparare, e va bene. Se ci sarà dell’inaspettato sarà vissuto col sorriso, lo prometto. Promessa di Prometeo. Vento da est. Abbigliamento insufficiente, parti del corpo scoperte. Oramai è quasi buio del tutto, la birra è finita, e tutto il resto, non resta che tornare all’ovile alla pia caverna che gli umani chiamano casa. Lo concedo a me stesso, come. Mi dico: concludi. Sparalo adesso, il finale edificante. Tiralo fuori. Saper risolvere i conflitti, un talento come un altro. Non ce l’ho. E pazienza. Saper mediare, nemmeno. Alimentarli: un po’. Non ci pensare. Grattati, piuttosto. Fine.

giura che non sai il finale / che ti butti e basta / l’acqua non è fonda come credi / sai nuotare meglio di come pensi / ce la farai / ne sono certa / io di mio ti lascio qui / a provarti da solo / me ne vado con me stessa / con ciò che mi attende / non lo sapevo ma forse sì / forse sei fatto per altro / non ero la tua meta / né il mistero risolto / me ne vado perché te ne sei andato / e mi chiedo se ci sei mai stato / se c’eri quando ero felice con te / se siamo stati felici insieme / vita nell’acqua

non so dire non so dire / il dubbio mi percuote e mi ottenebra / mi scuote e mi sbrindella / mi scompensa, mi logora / non so cosa sogno / non sogno da molto / perduto vago ramingo / non so il finale no / cedo al pensiero di perdere tutto / e trovare niente / non so non so / e chissà

c’è pur sempre domani apposta

giorno cinque: tutto torna

Wednesday, May 6th, 2026

sto di fianco a una prof di chimica che mi tromberei in quest’aria insegnanti, le scarpe bianche di gomma e i calzini alla caviglia, le labbra carnose e due belle chiappone che a sculacciarle fanno ciaff ciaff come un suono di onde che sfrigolano sulla battigia. Sto storto, quattro ore di sonno e poco più, ieri alle due ero al mulino bruciato a mangiare della pasta che sto ancora digerendo, dopo l’amichevole che chiude la stagione più brutta della squadra di calcio che ci permette di dirci amatori. Squadra di brocchi, quella degli avversari, livello osceno, ma del resto noi siamo peggio, e dunque va bene così. Forse abbiamo vinto, forse pareggiato, non so: l’unica cosa che so è che non ne avevo voglia mezza, che avevo trascorso il pomeriggio al parco dell’osservatorio astronomico a bere birre e fumare cannoni, seduto in un prato, e di giocare a pallone non ci pensavo proprio. Poi è successo. Sono stato in porta e non ho preso gol. Senza occhiali. Sono riuscito a non farmi male, anche se le caviglie mi scricchiolano. E sono uno straccio, e ho altre due ore da portare a casa. Poi andare a casa, letteralmente, e da lì andare a scuola di nuovo, per l’ultimo collegio dell’anno. Vorrei farmi un riposino in quest’aria insegnanti, quando ci incontriamo S mi sorride e questa cosa mi fa paura, perché vorrei ridere insieme per sempre, da oggi fino all’ultimo giorno della mia vita, anche se ciò creerebbe un po’ di problemi a quanto prescritto negli ultimi anni, per quel che riguarda il faldone dei cazzimiei. È un bel problema, quel sorriso. La donna più bella che ho mai visto, è. That is. La sciacquetta di chimica qui di fianco, al confronto, un sette e mezzo per ogni scala di misurazione possibile, si scopre un tre più affianco a S. Che se i nostri occhi si incontrano mi sorride, che trova occasione per dirmi qualcosa che riguarda il poco che abbiamo in comune, e io subito da povero pagliaccio che penso di avere qualche possibilità. Coglione! Hai la possibilità di bruciare vivo partendo dai piedi, cazzone. Sei fidanzato! Da quattro anni. Potrei fermarmi qui, ma continuo, perché questa storia si riallaccia alla storia di ieri, il mulino bruciato, le storie dei bruciati che in certi contesti chiamo amici, le cose che si dicono, che al Cortile Caffè è pieno di trentenni allupate che fanno la corte ai maschi con le mani legate, che G quello con cui mi do il cambio in attacco, lui pure è fidanzato dagli stessi anni, si spugnetta due minimo ma anche quattro (ieri stesso) e lo fa pure prima di andare a trovare la sua tipa, è fidanzato incastrato legato ammanettato e represso come uno che ancora deve scoprire che prendersi un dito in culo mentre se lo fa succhiare è un bel modo per far evolvere la propria schiavitù.

Mi sono spiegato o servono altre parole? nel frattttempo, lei entra in aula e la luce di improvviso splende. Fa qualcosa al computer, batte la tastiera in modo similnervoso, a scorta la capodogliosa la impezza, con ‘sto vestito che la fascia dall’alto al basso sembra un cazzo di insaccato, tipo un cotechino gigante. Entra Nkt dicendo stampante, e con MdB già presente, ecco i down della secondabbì tutti nella stessa stanza. In fretta cambia l’aria qui, con tutti questi cromosomi che svolazzano. Credo la lucidità estrema sperimentata fino a qui sia destinata a vagare e poi spegnersi.

la scena: mdb lavora con la prof al pc, a un certo arriva S di fronte a loro, mi da le spalle, si piega sul pc, mi da il culo in faccia. Impazzisco. Telefono, foto, fatta: tre, anzi. Ci godo. Le riguardo: questo jeans chiaro viene troppo chiaro, quasi bianco, in foto. Qualità scadente. Lo fa apposta? Nel caso è un fottuto buon segno, ma non so se lo fa apposta. Sembra troppo pura e innocente per farlo apposta, mannaggia ai clericali del cazzo. Avrà dieci cazzi per le mani ogni fottuto weekend. Io sono aggrippato come un riccio, mando la foto a Jonz, anche lui si stupisce. Lui si sta per sposare, e il nome galeotto che genera dubbi è meglio pronunciarlo a voce molto bassa. Gli scrivo: passo la settimana a cercare di dimenticarmela, poi vengo qui e ogni mercoledì mattina siamo daccapo. Ogni fottutissimo mercoledì mattina.

Volevo dire, anche; siamo compagni di ruolo, io e G, e pare anche di destino. Stesse manette, stesso aggrippo, voglia di provare qualcosa di nuovo, malessere dato da questa condizione che appare infertile e immobile. La nostra tipa sa solo succhiare, e non è neanche molto brava ma non possiamo dirglielo perché se no si offende e non me lo succhia nemmeno più. Sa succhiare e prenderlo dentro, so come farla godere e venire e andarsene, pure. Siamo arrivati, e ora non sappiamo dove andare. Non c’è grandi prospettive, o forse manca la voglia di crederci, di giocarsi, di sperimentarsi in qualche sfida insieme. Continuare a stare insieme, a crescere, giorno dopo giorno. E pure, penso un po’ che giocarsi al di fuori sarebbe un’occasione per lustrarsi, per lucidarsi un po’, darsi un tono. Quasi suona. I due down girano per la stanza alla maniera dei down, senza scopo, guardandosi intorno come ritardati. Mi fanno male le caviglie, e voglio pisciare. Il down dice: Alleluia, religione. Il prof di religione ride. È già il sei e non cambia niente. Anche oggi non ho voglia di fare un cazzo, come al solito. Rubo lo stipendio, compro due birre al supermercato, mi presento in botta al collegio, fumo mentre guido. Cose così. Senza la possibilità di trombarmi il mio sogno, non mi resta che desognare me stesso. È triste, ma così gira questa stanca ruota. La vecchiona di sostegno (quella che avrei potuto avere nella mia ora invece di S) dice che bello ha smesso di piovere, e in fondo ha ragione, io dico eh ma poi nient’altro. Non so perché ma a un certo punto le prof di sostegno invecchiano e a quel punto cambiano nome in Patrizia. Non ho memoria di una Patrizia con meno di sessant’anni.

chiudi. È sera, notte già. Auguri al cugino F, che ogni sei di maggio compie gli anni. Si continua imperterriti verso chissadove, come i lavori del tram.

giorno uno: niente di nuovo

Saturday, May 2nd, 2026

scritto il giorno due. Il primo è stato: annullare, riprovare il giorno due. Tempesta notturna, niente viene a galla perché già tutto galleggia. Rifiutare gli impegni, scappare. Rifugiarsi nel letto, come l’uno febbraio ma in una versione primaverile. In casa è freddo, al sole si torna in vita. Una bottiglia di lambrusco di sorbara al tramonto, la cagna nuova dell’affittuario di mio zio che ha paura delle persone, e mi passa davanti indugiando. Stare a questo sole, viverlo appresso, felicitarsi di questo. Tornare a casa senza esser andati via, rimettersi nel letto, leggere per dormire, addormentarsi. Svegliarsi a mezzanotte, vedere la luna di Wesak che brilla nel cielo, non sapere se alzarsi per salutarla, la paura di ricascarci. Non davanti a questa luna, mi dico, e mi giro nel letto. In altri gironi del sonno mi trovo dopo un po’. Non davanti alla luna, ma alla luce del sole commetto i miei misfatti. C’è un mese intero per riprovarci, a partire dall’oggi.

Luna di Wesak

Friday, May 1st, 2026

Cade domani sera, domani sera è luna piena. “È un momento in cui la percezione può espandersi più facilmente, come se la coscienza stessa diventasse più accessibile”, dicono di lei taluni. Maggio che si apre e si chiude con due lune piene, come un banco di prova per misurarsi in forme e dimensioni nuove, più pure, depurate. È un invito, mi pare. Un accenno a chi é sulla strada, ma non sa dove andare. O lo sa, magari, ma non riesce a incamminarsi nella direzione giusta, e sceglie sempre quella che riporta a casa, al divano di casa, alle pentole che fanno rumore e ai passi che lasciano impronte di colpevolezza. Ai sensi di consapevolezza. Il ragazzo incontra l’alchimista, nell’oasi. Conta solo il presente, gli dice il cammelliere. Se oggi è il giorno, è il giorno giusto perché lo sia. Affinarsi della coscienza, acuirsi del sentire. Trentuno giorni di prova: due lune. Un diario digitale, questo. Provare, perché no. Nulla lo impedisce. Ballonzolando da un piede all’altro, scrollarsi di dosso la paura di quello che potrebbe essere. Sforzarsi di ritrovare la bussola che indica la direzione della Leggenda Personale, per rimanere in tema con la traccia. Capire il senso di una professione, praticarla, professarla.

Wesak, il Makhtub. Non nella brace che sprizza nel buio, ma il bagliore della luna, il canto dell’usignolo notturno e non il rombo dell’aereo che solca il cielo. La brezza che plana sui campi tosati, il lieve passo del lupo nella notte chiara. Diario di un umano apprendista, di un apprendistato umano. Rimarginare le ferite delle sostanze con la cura dei libri, delle letture sostenute con vigore, dell’entusiasmo del vivere. Saper rinunciare, imparare. Solo questo mi manca. C’è la materia prima, in tutti i sensi. Non il diario della scelta di una rinuncia, ma di tutto ciò che c’è oltre, un mondo infinito. Basta un giorno, e può essere domani. Wesak.

Oggi ho visto un lupo

Wednesday, April 8th, 2026

Oggi ho visto un lupo. L’ho visto davvero, era grande, sporco, bello. Un esemplare bello grande, un maschio solo.

Il lupo

Ma andiamo con ordine, spieghiamo le cose nel modo più adatto a questo fatto. Innanzitutto dove: nella campagna che abito, la pianura in cui vivo da quando sono nato. Dominano qui come altrove segni tipici del paesaggio padano postindustriale, strade ad alto scorrimento solcate di automobili che corrono impazzite, aree industriali che fanno il cielo calcareo, echi di sirene di stoccaggi automatici, rombi di mezzi in movimento, umanità schiacciate agli angoli del quadro. E pure, la campagna persiste indomita, campi di grano a fianco ad altri di erbaspagna, il verde dell’inizio primavera che si alterna al marrone della terra nuda, la strada finisce i campi cominciano, e si distendono sulla linea dell’orizzonte come il nastro della memoria si sovrappone al presente dello sguardo di ciò che ci sta davanti, tutto quello che sta oltre il mio spazio di adesso. La campagna, dunque. È qui che ci siamo incontrati, lupo ed io. Nella campagna bolognese, io che sul mio pulmino adempivo ai miei compiti di serviziocivile, lui che ha scelto quel momento per saltarmi davanti al furgone, spiccare un balzo da un campo all’altro e proseguire a saltelli, tipo. Un animale imperioso, lungo ben più di un metro, grigiomarronfulvo, non so dirne il colore in un concetto compiuto. Ha spiccato questo salto proprio prima che passassi, l’ho visto bene, ha scelto di mostrarsi, in qualche modo. È la cosa che più mi colpisce dell’intera faccenda. Che abbia deciso di mostrarsi a me, in quel momento d’apparente niente di particolare, oramai il consueto giro a recuperare gli abitanti della Capanna che di giorno stanno in giro per Bologna non è più un evento che mi colpisce particolarmente, ed anzi, il traffico gli sbatti gli orari è più un pensiero da sgravare, che un’esperienza da vivere giorno dopo giorno. Oggi c’era S., come nuovo, anche se lui c’è stato diversi anni fa, poi si erano lasciati male. Vivere in quindici venti uomini è bello peso, cinque stanze ha la casa, per contenere fino a una ventina di persone, o quasi. Comunque, non c’entra se non che ero lì per quello, per il mio Scu, e dunque dopo il primo giro avendone caricati otto, sono tornato indietro ho fatto manovra mi sono girato ho passato il confine di casa ed eccolo lì che mi salta davanti, io inchiodo e lo guardo stralunato, ci metto un pochino a rendermi conto di cosa ho visto, un lupo vero davanti a me che corre saltando. Che si fa vedere a me. Conservo quest’occasione come un’opportunità di crescita della consapevolezza. Di cosa? Non so dire di preciso. Di quanto condividiamo lo stesso spazio, di quanto siamo vicini. Di quanto siamo imprendibili, forse, inconciliabili come specie, e dunque destinati a non incontrarci, se non in occasioni come questa di oggi. Che pure accadono, ed è straordinario che sia così. Un lupo che taglia un campo di corsa saltando alle sei di sera è una cosa che non si può dimenticare facilmente.

Fascinazioni ispirazioni del rapporto uomolupo

Balto

Il libro della giungla di Kypling

L’occhio del lupo di non so chi – Pennac?

Balla coi lupi – film che non ho visto

Lupo Alberto, le massime

La felicità del lupo, Paolo Cognetti

Attenti al lupo, Lucio Dalla

[uno spazio per quelli che stasera non mi vengono in mente

ma verranno]

Sull’ultima volta delle ultime volte. Chiudere un cerchio – Due di Enrico Brizzi (Harper Collins, 2024)

Saturday, April 4th, 2026

Chi scrive sa che mente. È normale, non c’è alternativa a questo fatto: scrivere è mentire, non c’è niente da dire.

Fa freddo, se sei fuori e sei vestito male, solo vestiti leggeri, che fino a poco fa c’era il sole e metteva tutto a posto lui, o lei non so, e comunque il maglioncino bastava, eccome. Quando se ne va il sole è tutto diverso. Solo gli aerei continuano a partire sopra la tua testa, a quelli non manca il carburante per andarsene chissaddove chissà. Guardi le ultime luci della sera, il cielo che si fa scuro mano a mano e ti dice che sono le otto passate, ogni attimo passa e il tempo con lui, che tu lo voglia o no. Siedi sereno, nulla potrebbe turbarti, a questo punto disteso fra i fumi e i barlumi del vino inebriante, ultima bottiglia della cantina presso cui hai prestato servizio, con tanto di contratto e contributi versati. Nulla può turbarti, solo il freddo ti inquieta. Presto ti alzerai e muoverai qualche passo, per andare dove chissà, sempre nel circondario di questo paesello di campagna che non è neanche un comune, no, e che in fin dei conti non ha quasi nulla da dire, al mondo agli altri o a sé stesso, quasi nulla davvero. Ritrovarsi fa male ogni volta, fa rendere conto della sperdutezza, del profondo della provincia in cui si sta versati e non c’è verso di uscirne, non c’è modo né interesse. Siamo nella provincia speranza sperduta. Camminerai su strade già camminate e conosciute. Non c’è via di fuga, non ci pensare, sei più tranquillo. Non ce n’è bisogno. Quel bicchiere ti chiama mentre un aereo passa e va a Varsavia. Dopo cosa c’è, gli chiedi tu. Ti dice non lo sai, c’è il mondo. Gli dici che non sai se è così, forse c’è il baratro. Il freddo è sottile e sale poco a poco. Agamennone cedeva dopo ben di più che questo, ricorda mister Omero in panchina. Certo che sì. E a bicchieri come andava, il vecchio Agamennone? È in questa circostanza che presento la mia recensione a questo libro, iniziata qualche giorno fa e conclusa oggi. Sempre allegri

Chiudere un cerchio – Due di Enrico Brizzi (Harper Collins, 2024)

Uno. Dopo poco più di mezzo libro

Stamattina sono stato a Castiglione dei Pepoli ad accompagnare Namir a fare i raggi ai piedi, perché il chirurgo che deve operarlo glieli ha prescritti d’urgenza. Abbiamo fatto l’autostrada e c’erano banchi di neve per terra, le pareti alberate chiazzate a spruzzi della bianca caduta in questi ultimi giorni di freddo. Oggi però c’era un sole e un cielo limpido che metteva allegria. Sulla strada del ritorno l’ho portato in biblioteca, forse era la prima volta che metteva piede in una biblioteca, non ho indagato più di tanto, non mi sembrava troppo importante. Gli ho detto: questa è la casa dei libri, li prendi gratis, in prestito. Gli parlavo come a un bambino. Un bambino uomo marocchino di quasi sessant’anni che non sa leggere, o comunque certo non in italiano, che ha letto pochi pochi libri nella sua vita. Comunque, per l’appunto, l’ho portato in biblioteca dove ho preso Due di Enrico Brizzi, il seguito di Jack frusciante è uscito dal gruppo, pubblicato per la prima volta – credo – nel 1994 e che fu un caso editoriale nonché un esordio folgorante: non mi interessa parlarne qui. O meglio: dico solo quello che mi interessa dire. È meglio per tutti.E allora, innanzitutto. Ho letto Jack frusciante che avevo (già) finito le superiori, anche se la storia è quella di un diciassettenne in crisi d’amore dopo che la storia della sua vita è cominciata e finita nell’arco di una primavera. Lei parte per l’America, lui si strugge. L’avevo letto a vent’anni, forse meno, l’avevo trovato parte di me, pezzi che rivedevo e che se n’erano andati, passaggi che avevo attraversato, la fine della prima volta, l’emblema della fine della scuola, tutto quello che c’è dopo. Non l’avevo letto a diciassette anni, ma li avevo ancora in corpo. Mi era piaciuto molto, l’avevo consigliato a P., amico di Saragozza, lui l’aveva letto e mi aveva detto: ci sta, non mi ha fatto impazzire, ho apprezzato molto i pezzi sulla bici. Una parte di me era scandalizzata, perché era tutto così vero, per me, quel libro, che vederlo ridotto a un libro come un altro non mi andava giù. L’ho riletto, più volte, talvolta a pezzi, altre volte al computer, altri pezzi. È un libro che funziona, che va al sodo, che non ci gira intorno, come si suole dire. Al contrario, Due gira parecchio intorno alle cose, alle storie, le allunga e le dilata al punto che te ne accorgi, anche tu che cerchi in quel libro parti di quello che eri quando hai letto il primo la prima volta, te ne accorgi e ti dispiace, perché lo vedi, che ci gira intorno, e pure vedi che anche tu hai preso a farlo, non dici più subito quello che vuoi dire – che poi, magari quello che vuoi dire magari spesso neanche lo sai, e questo ora come allora – ma fai lunghi giri di parole vuote, voli pindarici a precipizio sul niente, cose così. Forse è un pericolo sempre in agguato, forse Jack frusciante era l’eccezione alla regola, che potrebbe essere: girarci intorno come prassi. È più lungo del primo, Due, e talvolta sembra proprio che il brodo allungato sia il presupposto del creato. Ci ha messo tanti anni a scriverlo, o comunque a decidere di scriverlo. Forse è il peso di quei dubbi, quell’ansia di doversi spiegare che sempre corre il rischio di fottere l’autore, di condannarlo ad essere semplicemente uno che spiega le cose, perché ansioso di non essere capito.

Due. La fine meno venti pagine

Mi appunto: Spiegare il personaggio di Alex più del dovuto. Perché? Perché è il protagonista della storia, l’alterego dell’autore; perché in quell’anno americano lui è casa e fa diciott’anni e scrive quella storia, la loro storia impossibile che si fa linfa della storia del libro, e passa quella primavera a scrivere quel libro, e il proseguo della storia – la trama di Due – racconta allora della scrittura del primo, di Jack frusciante, dell’annodomini novantatré sebbene la trama del primo risalga all’anno precedente, in un gioco di specchi che è la realtà dell’autore, la sua giovinezza imperante di allora, i sobbalzi emotivi la seconda occasione che è la scrittura (riprendendo le parole di Delillo) e tutto quello che avrà seguito alla scrittura e alla pubblicazione di quel libro. Le fughe francesi e le divagazioni del personaggio, convogliate in Bastogne, e poi quella pace rassegnata che è la fine del carnevale dei regaz di AndreaCosta raccontato in Tre ragazzi immaginari, mi pare si chiami così. E così vanno gli anni novanta del Brizzi, con il sottoscritto che si trova a leggere questi libri, quasi per caso, che i venti del nuovo millennio già fanno presa da un po’. Non so perché, ho letto questi libri, questo bolognese richiamo che non so spiegare. La mia storia s’imbrizzisce quando il fratello da latte della saga frusciantiana si scopre essere il prof che tiene la seconda metà del corso di storia contemporanea, il primo trasmutato dal fisico al virtuale nei mesi primaprimaverili del duemilaventi passato. Il suo pezzo d’esame – online – è quello che mi ha alzato da ventinove a trenta, e come pensarlo un cattivo insegnante? Ci parlava di Mussolini con molta verve, ora ha fatto carriera, dirige un corso di laurea su giornalismo e gioco del calcio.

Ecco qual era la differenza fra i ragazzi e gli adulti. I primi non potevano ancora sapere chi sarebbero diventati, ma nei grandi continuava a vivere qualcosa del passato (278)

Ci sono momenti che non tornano, amica mia, ed è la loro bellezza. Non abbiamo il diritto di rovinarli solo perché siamo arrabbiati o impauriti (283).

Tre. Finito, dopo qualche giorno

L’happy ending senza storia è compiuto. Lei torna, si rincontrano ed è la fine del romanzo. Gli occhi si incontrano, si vedono e si leggono: tutto quello che non si erano potuti dire si può vedere leggere scritto in faccia. Lei torna e lui torna ad essere felice, dopo una cornice d’anno metanarrativa che ripercorre le gesta del precedente Alex D., in quell’anno preannunciato e particolarmente funesto. Che dire, insomma, infine? C’è da esprimere un giudizio? Giammai. Un parere? Chissà. Perché l’ho letto, cosa ci ho trovato? Ciò di cui avevo bisogno, forse. E sono stato accontentato. Ho avuto quel che volevo, non si può che dire. Questo è il limite a cui era condannato il libro, e questa è la pena che ha scontato. Il tempo del romanzo si prolunga e si dilunga ma la storia latita, perché è storia di un’attesa. Cerca di farti aspettare insieme a lui, il Brizzi, e ci riesce, tutto sommato. Ti inganna con quei retropensieri tipici suoi, qualche marchettata al passato, evergreen della sua scrittura posttondelliana. Comunque sia, per me è il libro giusto, per essere concreto e sintetico. È il libro giusto perché rispecchia le premesse e ritorna con le precisazioni che servono, tralasciando le cose inutili. Cerca di portarsi dietro il fardello di trame del primo libro, non so dire se ci riesce. Non so cosa pensi Brizzi di questo libro, se l’abbia dichiarato. Se lo ha pubblicato si vede che era convinto. E così sia. Due è il seguito e la fine di Jack Frusciante è uscito dal gruppo, trent’anni dopo. Si chiude una fase, un’era, e Brizzi ci condanna a un lietofine in cui non credeva più nessuno, ed era la forza del primo libro. Eppure, ecco qui l’ipocrisia borghese. Ma non c’è da farne un problema: è il naturale corso delle cose. Condannati a un epilogo da nozze e villetta a schiera sui colli che era la premonizione delle prime pagine del primo libro, l’auto ibrida e quella elettrica e lo studio in centro, i viaggi di lavoro, le feste in famiglia da organizzare al meglio. E vabbè, viene da dire alla fine. Arrivederci e grazie. Un giorno li leggerò in sequenza e scriverò la recensione parte due di questa, due di due. E così sia. Buonanotte ai sognatori, e buona pasqua.

Lo dicono lunedì

Wednesday, March 18th, 2026

L’ultimo lunedì di inverno, dice il calendario. E purlostesso, il primo giorno di un’altra settimana. Il programma dice: Saturare questa voglia di evadere, evadere anche lei. Dirsi che è un’altra ultima volta, e brindare alla sua insalubre salute, nonostante tutto. Viverla ogni volta come l’ultima, con una passione irrisolta perché morbosa e finale, e terminale insieme. Ogni sera come fosse l’ultima. Ogni birra come fosse l’ultima, Ogni canna come fosse l’ultima. Chi mi conosce sa che quando parlo di me è solo perché non ho nient’altro da dire. Risemantizzare, mi coccolo in bocca questa parola. Dare nuovi significati, trovarli, crederci. Ingollare birra fredda pensando che domani non ce ne sarà più. Prendere un paio di forbici e il portafoglio: tagliare in quattro pezzi il bancomat. Scappare dalla dittatura della carta magnetica che fa da lasciapassare per ogni fuga. Fuggire la fuga. Fugarla. Vedere un culo perfetto e pensare che è solo questo, un culo perfetto, e niente più. Un grande fardello, grande quanto perfetto. Una manna sul capo, il peso della consapevolezza che il volto non sarà mai a quell’altezza siderale. La consapevolezza che nessun esercito di culi perfetti salverà questo mondo fottuto.
Saturare gli spazi, i tempi: ridare voce ai luoghi. Viverli in silenzio, senza pensieri né droga. Togliere valore allo svago, ridare dignità all’ozio. Provare a non fare tardi, provare a fare presto. Alzarsi all’alba, camminare nel primo mattino con le luci fioche, la nebbia sui campi, la brina. Ascoltare la propria stanchezza, coltivare il corpo come un orto. Ascoltare il dolore fra le scapole, chiedergli come ti ho fatto male, come posso aiutarti. Toccare lieve questo gonfiore addominale, parlarci, essere gentile. Questi liquidi frizzanti, quest’aria compromessa, viziata: mi hai gonfiato come un palloncino. Sgonfiarsi, fare fuori l’aria da palloni gonfiati, boriosi, iniqui. Coltivarsi semplici nello sguardo, essere pazienti e devoti alla semplicità dello spirito, esser grati del rapporto, lieti nel rapporto.
Il bicchiere di acciaio e la birra fredda che scalda le giunture del corpo, accoccola i sensi e il cervello, che si distende nell’idea di esser a fine corsa, dopo la giornata, a due passi da casa, in quell’ora che è senza impegni, quel tempo libero dalle fatiche del giorno, la sera. Cani che abbaiano e ringhiere che cigolano, suono di passi donna con cane. Si avvicina poi si allontana e sembra andarsene.

Esigenza di risemantizzare:
L’anticipo e il posticipo
La partecipazione elettorale
L’abbaiare dei cani in coro a Montecitorio
I parchi pubblici e i giardini incantati
I voli degli uccelli nel vento della sera
L’importanza del benessere del corpo nella vita politica del paese
La questione della cittadinanza
Il prezzo politico allo schimico notturno
La solitudine come condizione indotta
Le transazioni elettroniche
Le scariche di dopamina provocate dalle notifiche su instagram
Le pubblicità di temu
Riascoltare musica vecchia di dieci e passa anni fa mentre si va a lavorare in macchina
Trovarsi adulti e non sapere a chi chiedere né a chi rendere conto
Gli impegni di lavoro fuori da lavoro
L’insegnamento come concezione educativa nel mondo odierno
Il ruolo sociale delle bugie
L’egemonia culturale dei social
La parentela
L’accelerazione nella vita individuale
Luis Sal e Toni Pitoni a Sanremo
La birra a stomaco vuoto
L’evasione di lunedì
Tutto quello che non faremo mai
Custodire i segreti
La fioritura degli alberi pubblici
Sentirsi in pace nella propria schiavitù (che i moderati democratici chiamano sudditanza o ancor meglio cittadinanza)
La schiuma nel bicchiere freddo
Sentirsi in pace col proprio corpo
Il rombo dei motori degli aerei come presupposto di inizio dello scatenamento di un inenarrabile scansionamento di eventi

Camminare sul corso degli argini dei fiumi
Avere sedici anni o ventisette o cinquanta
Portare fuori il cane alle tre e mezza di notte e beccare un fuso in bici che torna a casa dopo una serata agli orti di via erbosa con certi suoi amici delle superiori
L’ululare dei cani nella notte chiusi nei garage del benestante mondo progressista
Le mani fredde del tempo fuori
I colloqui coi genitori cancellati dai genitori
La scuola pubblica
I mezzi pubblici
La democrazia
I pomeriggi chiusi in casa
Il salario di base universale
Le liste di cose senza senso
Sentire tutto ma non sapere cosa fare
I cannoni a fine giornata
Il dubbio se chiamare il pusher o meno, la sensazione che meno sia meglio
Tutte le province del mondo
I posti dimenticati in cui comunque qualcuno ci vive e magari crea senso
Tutto quello che non ha senso e purlostesso vive vegeta impera
Lo sputo represso in ragione del passaggio di una macchina
La contemporaneità della saturazione
Le ragazze greche ad Atene
Vivere in un altro posto e non sapere più dove si vuole vivere
Rimanere senza casa per la vita, girare per dormitori, case di accoglienza, rifugi
La primavera con il male alla schiena e dover lo stesso lavorare ogni giorno
La coda in tangenziale
Il vicino a spasso col cane stanotte
Le poesie senza rime
Farsi una botta al culmine della ripresa
Quel culo oggi pomeriggio che davvero era l’unica cosa da riprendere perennemente
Il cibo in eccesso nel processo di produzione
Gleison Tayson che ti prende per il culo
Il rumore del traffico chissaddove
Ubriacarsi senza sensi di colpa se si può
L’eco di un rutto nel quartiere caseggiato
Il sapore del bosco solo accennato
Dirsi ti amo con la paura della bugia
I libri scrivono le cose o le le fanno

Più o meno queste cose, a pelle. Questo blog è il porto di tutto ciò, e di più. Tornerà in vigore: un clic. Bip. Beppe. Beep. Il villeggiato che mormora all’intruso. Sfogarsi su questo blog, che è nato per questo. Sforare qui, in sostanza, e non altrove. È una parola. Serve la pratica: lo yoga. La non pratica della droga. Mi chiedo se sono pronto, mentre assumo la detta di punto. Il parchetto è un luogo parecchio incentivante, penso. Il cervello è in un lago. Mi sento come un ago alla gola, e pure è solo lo spigolo di una canna. La cena, una focaccia allo stracchino, esito della provvidenza odierna nostrana. Meno male che nessuno o quasi sa di questo blog. Comunque sia, non so cosa mi tiene in piedi, sinceramente. Il corpo sa che è quasi ora di nanna, questo certo. Eppure persiste, è saldo nel suo stare. Incassa la birra in gola come un pugile al tappeto i pugni del suo competitor, che lo saccagna come un dannato per assicurarsi la vittoria iridata. Eppure sto stronzo non sta ancora a terra, eppure incassa i colpi sulla difensiva come un pippotto davanti a Maictaison. Prende pugni senza darne, perché ha paura di fare male, tutto ad un tratto.
C’è un prof che va a scuola, una scuola di provincia, un istituto tecnico professionale come un altro sulla faccia della terra. Il preside è un po’ un babbo, lui subentra ad anno in corso, non dico la materia per privacy, diciamo così. Si trova lì, a regger baracca e burattini ad anno in corso, a fare il suo gioco, a cercare attenzioni distratte dal telefono. Che storia è? Una qualsiasi. Di colpo si trova a fare il prof. Finisce il virtuale, è una roba bella. Notte!

Un piano ci vuole

Wednesday, March 18th, 2026

Nota di partenza: Una storia personale. Dieci anni fa scoprivo una stanza di casa di mia nonna che giaceva inutilizzata, riempita di libri e di librerie, vecchi armadi con dentro vecchi vestiti, ciarpame, palta. Ho capito che avevo una possibilità, poteva essere uno studio musicale, un atelier, luogo di produzione creativa. Uno spiraglio, la maglia rotta nella rete di uno spazio che mi metteva in trappola, tutto intorno tutto altrove. Mi sono messo sotto per trovarci un ordine, un equilibrio interno, e in poco tempo era abitabile, era una tana, la mia. Il progetto iniziale prevedeva un’insonorizzazione del soffitto, impossibile quanto tanto pensata: ero convintissimo ce l’avrei fatta, e avrei fatto musica. Ho incollato qualche bugnato spugnoso alle pareti, ed è finita lì. Ci ho registrato canzoni, scritto due tesi, quasi per intero. Per anni, era l’ultima stanza di casa di nonna. Entravo, salutavo nonna e mi richiudevo nel mio studio. Doveva chiamarsi Officina, perché l’ho sempre pensato come spazio creativo e produttivo, fucina d’artemanufatti, e dal principio ho pensato il processo creativo come qualcosa d’affine all’artigianato, alla produzione concreta e singolare d’un qualcosa di tangibile: i pensieri sono forze, le idee hanno forma e sostanza, i sentimenti possono muovere il mondo. Era anche Oceano, però, perché ero aperto al mondo intero, a ogni tipo di influenza e contaminazione, non sapevo la direzione da prendere. Non ho fatto mai una targa ufficiale, perché le cose ufficiali fanno paura, sembra che debbano sembrare morte per essere veramente vere e ufficiali, e così mi tenevo l’idea in testa, senza dirla troppo in giro, per farla vivere ma senza esporsi granché.
Nonna è morta, la casa si è raffreddata. È passato il tempo, ci ho scritto un libro – il primo – che ha fatto il suo corso, come i fiumi. Parlava di amici e di futuro, del mondo che cambia e di tutto che invecchia. L’ho stampato, l’ho venduto in settanta copie una ad una, rincontrando amici che non vedevo da un bel po’. Il tempo è trascorso, ora quel libro è quasi vecchio, già parte di questa storia. E siamo all’oggi. È sabato sera, ci sono le birre, le parole si inceppano di fronte alle cose che vanno avanti per conto loro, come scritte da qualcun’altra anima. Non con grande convinzione, o meglio non completa, pubblico di seguito il piano editoriale per quest’anno che viene. A fine anno farò il bilancio editoriale, per vedere se e come è stato rispettato il piano per un anno di molte parole, apparentemente. Continuo a vederle come l’antidoto a un fluire dell’esperienza molto spesso soverchiante, totalitario. Consapevole della finitezza e dell’assoluta limitatezza della forma-mezzo parola, non so andare oltre a loro, vedermi al di là di questa linea fra il bianco e lo scritturato. Mia madre esattamente in questo momento entra in scena su un palcoscenico senza pretese, le linee editoriali della casa editrice senza bilancio sociale sono prese sulla riva del canale dietro casa, col vento che soffia da est e l’autostrada che ruggia come incavolata, incavillita, ostentante. Tutti vanno a busso chissaddove, ciascuno al posto proprio. La macchina ci mette tutti al nostro posto, questo è il fatto, e lo rispettiamo bene: un pesce fruscia nel canale, buon segno. Non so cos’altro dire, e dunque descrivo la scena per come avviene. Il caporedattore espone il piano, il presidente approva. L’amministratore delegato osserva e sorride lieve, l’editore sembra assorto in certi pensieri suoi, il procuratore fa dei calcoli sulla calcolatrice del telefono, scrive numeri su un foglio di calcolo. L’autore guarda la scena e pensa a quanta illusione calca la pagina, quale inganno sottende l’approdo del domani. Sa quello che farà, spera che ci sarà il sole. Tutti firmano un foglio che prevede potenziali incassi dal suo sfruttamento, ma gli va bene così: è nato per fare questo. Infine, firma anche lui. E così sia.

Piano editoriale duemilaventisei, Officina Oceano Produzioni Manoscritte
Un bicchiere di peanuts sempre mezzo pieno

Raccolta poetica per un amico novello sposo + EPisodico incontro (titolo provvisorio, disco musicale collettivo, musica per un matrimonio) + un libro per i bambini che saranno (regalo di nozze)

Storie di Idra, un regalo di compleanno. Maggiogiugno

Scavi sottopelle, Primavera

Saggi su interporto (Spaziointerporto: una prima tesi, Un questionario senza il dopo + Esplorazione sui bordi, Cento chilometri dentro un recinto, Quello che resta + Una storia dal futuro), Estate/autunno

La luna sulla discarica (una storia), Estate

La yoga e la droga, Autunno/inverno

Conversazioni con amici adulti prima che diventino vecchi, Autunno/inverno

Poesie da urlare nel traffico e altre storie d’umanità a motore, Inverno

Rielaborazione divulgativa di: Sul senso dello spazio, la bicicletta e l’automobile come strumenti di ricerca e di pratica geografica, Inverno

Fine.

Nota di conclusione: Quel che resta. Si tratta di un progetto molto ambizioso, nel suo complesso, scrivere è un fatto totale assorto e dedito, e forse è un programma eccessivo, ma chi scrive sa quanto l’eccesso sia parte costitutiva della sua natura. Dall’eccesso al collasso il passo è breve, e la notte chiama il sonno. Mi trovo addormentato, assorto in certi sogni di gloria che è meglio non dire a nessuno. Mi sveglio a mezzanotte che non c’è nessuno in giro: l’ho sognato? Vedo le parole, il programma, il contratto firmato sul tavolo. L’autore si è assopito e gli altri membri del comitato se ne sono andati, contenti di ciò che hanno ottenuto. Qualcuno soffrirà, pezzi di pelle e di membra salteranno al contatto con la pagina caustica, fiumi di inchiostro, foreste amazzoniche in fiamme, per produrre la carta che serve per questi libri. I sogni rifanno tutto nuovo, le manie danno la direzione al viaggio onirico che ci attende. Questo spazio è per me, per te, per noi: per le parole ancora in procinto di essere, per il silenzio rotto solo dalla tastiera che balletta sui tasti. Seguiranno aggiornamenti – tanti.

Aldilà delle previsioni

Tuesday, April 1st, 2025

Il sole si fa nel vento, l’aria fluttua senza posa e porta respiri di genti lontane fino qui, dove tutto è immoto e placido, sereno ma non silente. Disteso ma non posato, non del tutto. Acciacchi vari lungo tutto l’arco corpolino. Giorni e giorni di cieli incerti, farsi dire dal proprio dispositivo [e fra le righe, che cos’è oggi questo dispositivo per noi? cosa rappresenta, cos’è di noi? domande giganti e trasversali] se sarà bello o sarà brutto, e se sarà abbastanza brutto starsene di per sè, soli e rintanati rannicchiati da qualche parte che è il nostro covo, il nostro lido. Marzo di meteo ballerino, un mese che è tornato e ancora non ho visto mio cugino. Spolpo la gola di rantoli sordi. Pura sopravvivenza, parvenza del momento.

Spunta il sole dalla coltre e leggo questo breve intervento d’una voce dello scorso otto marzo, allegoria della politica. Così recita, per intero: Siamo tutti all’inferno, ma alcuni sembrano pensare che non ci sia qui altro da fare che studiare e descrivere minuziosamente i diavoli, il loro orrido aspetto, i loro feroci comportamenti, le loro infide trame. Forse si illudono in questo modo di poter scampare all’inferno e non si rendono conto che ciò che li occupa interamente non è che la peggiore delle pene che i diavoli hanno escogitato per tormentarli. Come il contadino della parabola kafkiana, essi non fanno che contare le pulci sul bavero del guardiano. Va da sé che nemmeno sono nel giusto coloro che all’inferno passano invece il loro tempo a descrivere gli angeli del paradiso – anche questa è una pena, in apparenza meno crudele, ma non meno odiosa dell’altra.
La vera politica sta tra queste due pene. Essa comincia innanzitutto col sapere dove ci troviamo e che non ci è dato sfuggire così facilmente alla macchina infernale che ci circonda. Dei demoni e degli angeli sappiamo quello che c’è da sapere, ma sappiamo anche che è con una fallace immaginazione del paradiso che è stato costruito l’inferno e che a ogni consolidamento delle mura dell’Eden fa riscontro un approfondimento dell’abisso della Gehenna. Del bene conosciamo poco e non è un tema che possiamo approfondire; del male sappiamo soltanto che siamo stati noi stessi a costruire la macchina infernale con cui ci tormentiamo. Forse una scienza del bene e del male non è mai esistita e comunque qui e ora non c’interessa. La vera conoscenza non è una scienza – è, piuttosto, un via di uscita. Ed è possibile che questa coincida oggi con una tenace, lucida, svelta resistenza sul posto.

Fine dell’intervento, mi dà i pensieri all’alticcio. Praticare resistenza, immaginarla.