giorno dieci: ripartire

riprovare, ritentare, ricominciare. Darsi da fare, tentare, ritentare. Provare e riprovare. La notte chiara di fosco di aerei e di grilli, i capelli sciolti di una settimana come un’altra che se ne va, e si porta dietro la sera della domenica, la fine di qualcosa e l’inizio di qualcosa di altro. Le stanze sono liete, le lampade di sale brillano nella notte assorta. Tutto tace, finché il silenzio non è rotto dal rombo. Godo in questa quiete, mi ci spaparanzo, leggo Gadda e guardo il Classico, in onda su rete quattro chissàperché. Sperimento, oso, tento. Risveglio ammezzato, alle cinque un porro osato sul balcone di B prima dello scroscio mattutino e poi un amplesso tentato, l’incapacità di gestire la testa il sesso e il cuore, in fondo e nonostante tutto. Controllare la testa, questo è il fatto scomodo. Non farla comandare quasi mai, forse è questo il segreto. Comunque, liquido che esce e tutto finisce prima del risveglio, e poi il risveglio e tutto quanto, i saluti che sono sempre un addio temporaneo, il pranzo in famiglia di crescentine leggere che stipano la pancia come poche cose al mondo, la famiglia i cugini i nonni gli zii, esser lieti per il tempo di un pranzo, chiacchierare, promettere fuochi d’artificio quando finirà la fatica di questo tempo, questo anno – la fine del mese, insomma. Fuochi d’artificio, perché no. Sparare soldi in aria come fuochi colorati, che ridere assoluto se i soldi sono i tuoi. Le zanzare sterili sparate dal comune di Bologna, che non pungono e riproducono zanzare che a loro volta non pungono. Le zanzare OGM che non pungono, notizia della domenica che ci fa ridere di Lepore – ai tanti me che mi popolano, si intende. Sistemare casa, dopo esser tornati ed aver defecato lautamente, finire lo studio, oramai. Posizionare le casse, mettere la musica. Inizialmente non va, ma poi guardo su internet e subito dopo si, ci metto poco, tutto sommato. Ascolto Fulminacci, poi la riproduzione casuale che va in coda. Attacco la foto di Carlo, faremo il disco per G. Mi immagino suoni, fantastico sul solito niente che mi vivifica. Esco una volta, sull’imbrunire, poi rientro e rispondo alle mail degli studenti che chiedono informazioni. Ritento, riesco. Sono le ultime? Dicono così. Trovare modo di non trovare modo di farlo. Sento la fame della cena saltata. Conto di prendermi almeno un gatto, ma magari due che si fanno compagnia, due fratelli, perchè no. Un altro aereo. Prima parte che va in conclusione, fine primo tempo – chissà.

Sarebbe bello non fare mai male a nessuno. Ascolto l’ultimo disco di Dimartino nell’impianto che ho allestito oggi stesso e penso che è il caso di pensare alle cose belle. Guardare le onde, mare dolce, senza un motivo. Tema di violini. Scorrere insieme.

mezzanotte e quarantenni: corregge così, l’ia che controlla il mio scrivere, e dunque lascio fare. Si consuma come le altre, questa notte, e non faccio resistenza. Rigurgiti, giustamente. La foto appesa è già caduta, la riattacco senza fretta. Provo il programma, apro un progetto, la musica non è immediata ma si può fare, gli strumenti ci sono. Cercare altre vie di piacere, altri strumenti di fatica e di realizzazione. Provo un giro trance di bassi, una roba ipnotica, a quest’ora della sera. Nessuno si lamenta, nessuno mi ode. È il suono che si fa voce, la voce che tace di fronte al suono. Il progetto è quello di un diluvio di suoni, come. La colonna sonora di questo tempo trascorso, di questi anni passati. La voce del libro, chissà. Quello che cestato dopo, forse, meglio. Questi mesi, questo tempo divisi. Si può raccontare solo quello che ci passa sottomano, quello che ci scorre fra i piedi ingolfati di fango e sudore. Non so che dire, spero verrà un disco degno di ezzer ascoltato almeno due tre volte, dai. Sicuramente sarà sperimentale, una sperimentazione mai sperimentata prima. Anche nei suoni prestabiliti dei loop, anche lì, cerchiamo quello che non è ancora stato fatto e suonato. Ritmi tribali, robe sciamaniche. Prendere dentro i tamburi di Af, certo. Campionare le melodie popolari, i canti della gente. Le voci della strada, anche. In un bar, tipo. Guardare per comprare un microfono ambientale, tipo. Un registratore vocale, anche. Fare acquisti online, sperimentare. Amazon. Il registratore è facile, con trenta euro te la cavi. Il microfono invece è una questione più complessa, ma penso; ne ho già uno, uso quello che ho. Lo porto all’aperto, con la scheda e il pc. Perché no? Non ne vedo veramente ragioni plausibili. Stomaci pieni portano spinaci alla gola, polpi alle calcagna.

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