giorno cinque: tutto torna

sto di fianco a una prof di chimica che mi tromberei in quest’aria insegnanti, le scarpe bianche di gomma e i calzini alla caviglia, le labbra carnose e due belle chiappone che a sculacciarle fanno ciaff ciaff come un suono di onde che sfrigolano sulla battigia. Sto storto, quattro ore di sonno e poco più, ieri alle due ero al mulino bruciato a mangiare della pasta che sto ancora digerendo, dopo l’amichevole che chiude la stagione più brutta della squadra di calcio che ci permette di dirci amatori. Squadra di brocchi, quella degli avversari, livello osceno, ma del resto noi siamo peggio, e dunque va bene così. Forse abbiamo vinto, forse pareggiato, non so: l’unica cosa che so è che non ne avevo voglia mezza, che avevo trascorso il pomeriggio al parco dell’osservatorio astronomico a bere birre e fumare cannoni, seduto in un prato, e di giocare a pallone non ci pensavo proprio. Poi è successo. Sono stato in porta e non ho preso gol. Senza occhiali. Sono riuscito a non farmi male, anche se le caviglie mi scricchiolano. E sono uno straccio, e ho altre due ore da portare a casa. Poi andare a casa, letteralmente, e da lì andare a scuola di nuovo, per l’ultimo collegio dell’anno. Vorrei farmi un riposino in quest’aria insegnanti, quando ci incontriamo S mi sorride e questa cosa mi fa paura, perché vorrei ridere insieme per sempre, da oggi fino all’ultimo giorno della mia vita, anche se ciò creerebbe un po’ di problemi a quanto prescritto negli ultimi anni, per quel che riguarda il faldone dei cazzimiei. È un bel problema, quel sorriso. La donna più bella che ho mai visto, è. That is. La sciacquetta di chimica qui di fianco, al confronto, un sette e mezzo per ogni scala di misurazione possibile, si scopre un tre più affianco a S. Che se i nostri occhi si incontrano mi sorride, che trova occasione per dirmi qualcosa che riguarda il poco che abbiamo in comune, e io subito da povero pagliaccio che penso di avere qualche possibilità. Coglione! Hai la possibilità di bruciare vivo partendo dai piedi, cazzone. Sei fidanzato! Da quattro anni. Potrei fermarmi qui, ma continuo, perché questa storia si riallaccia alla storia di ieri, il mulino bruciato, le storie dei bruciati che in certi contesti chiamo amici, le cose che si dicono, che al Cortile Caffè è pieno di trentenni allupate che fanno la corte ai maschi con le mani legate, che G quello con cui mi do il cambio in attacco, lui pure è fidanzato dagli stessi anni, si spugnetta due minimo ma anche quattro (ieri stesso) e lo fa pure prima di andare a trovare la sua tipa, è fidanzato incastrato legato ammanettato e represso come uno che ancora deve scoprire che prendersi un dito in culo mentre se lo fa succhiare è un bel modo per far evolvere la propria schiavitù.

Mi sono spiegato o servono altre parole? nel frattttempo, lei entra in aula e la luce di improvviso splende. Fa qualcosa al computer, batte la tastiera in modo similnervoso, a scorta la capodogliosa la impezza, con ‘sto vestito che la fascia dall’alto al basso sembra un cazzo di insaccato, tipo un cotechino gigante. Entra Nkt dicendo stampante, e con MdB già presente, ecco i down della secondabbì tutti nella stessa stanza. In fretta cambia l’aria qui, con tutti questi cromosomi che svolazzano. Credo la lucidità estrema sperimentata fino a qui sia destinata a vagare e poi spegnersi.

la scena: mdb lavora con la prof al pc, a un certo arriva S di fronte a loro, mi da le spalle, si piega sul pc, mi da il culo in faccia. Impazzisco. Telefono, foto, fatta: tre, anzi. Ci godo. Le riguardo: questo jeans chiaro viene troppo chiaro, quasi bianco, in foto. Qualità scadente. Lo fa apposta? Nel caso è un fottuto buon segno, ma non so se lo fa apposta. Sembra troppo pura e innocente per farlo apposta, mannaggia ai clericali del cazzo. Avrà dieci cazzi per le mani ogni fottuto weekend. Io sono aggrippato come un riccio, mando la foto a Jonz, anche lui si stupisce. Lui si sta per sposare, e il nome galeotto che genera dubbi è meglio pronunciarlo a voce molto bassa. Gli scrivo: passo la settimana a cercare di dimenticarmela, poi vengo qui e ogni mercoledì mattina siamo daccapo. Ogni fottutissimo mercoledì mattina.

Volevo dire, anche; siamo compagni di ruolo, io e G, e pare anche di destino. Stesse manette, stesso aggrippo, voglia di provare qualcosa di nuovo, malessere dato da questa condizione che appare infertile e immobile. La nostra tipa sa solo succhiare, e non è neanche molto brava ma non possiamo dirglielo perché se no si offende e non me lo succhia nemmeno più. Sa succhiare e prenderlo dentro, so come farla godere e venire e andarsene, pure. Siamo arrivati, e ora non sappiamo dove andare. Non c’è grandi prospettive, o forse manca la voglia di crederci, di giocarsi, di sperimentarsi in qualche sfida insieme. Continuare a stare insieme, a crescere, giorno dopo giorno. E pure, penso un po’ che giocarsi al di fuori sarebbe un’occasione per lustrarsi, per lucidarsi un po’, darsi un tono. Quasi suona. I due down girano per la stanza alla maniera dei down, senza scopo, guardandosi intorno come ritardati. Mi fanno male le caviglie, e voglio pisciare. Il down dice: Alleluia, religione. Il prof di religione ride. È già il sei e non cambia niente. Anche oggi non ho voglia di fare un cazzo, come al solito. Rubo lo stipendio, compro due birre al supermercato, mi presento in botta al collegio, fumo mentre guido. Cose così. Senza la possibilità di trombarmi il mio sogno, non mi resta che desognare me stesso. È triste, ma così gira questa stanca ruota. La vecchiona di sostegno (quella che avrei potuto avere nella mia ora invece di S) dice che bello ha smesso di piovere, e in fondo ha ragione, io dico eh ma poi nient’altro. Non so perché ma a un certo punto le prof di sostegno invecchiano e a quel punto cambiano nome in Patrizia. Non ho memoria di una Patrizia con meno di sessant’anni.

chiudi. È sera, notte già. Auguri al cugino F, che ogni sei di maggio compie gli anni. Si continua imperterriti verso chissadove, come i lavori del tram.

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