Archive for the ‘Presunti presenti’ Category

Sull’ultima volta delle ultime volte. Chiudere un cerchio – Due di Enrico Brizzi (Harper Collins, 2024)

Saturday, April 4th, 2026

Chi scrive sa che mente. È normale, non c’è alternativa a questo fatto: scrivere è mentire, non c’è niente da dire.

Fa freddo, se sei fuori e sei vestito male, solo vestiti leggeri, che fino a poco fa c’era il sole e metteva tutto a posto lui, o lei non so, e comunque il maglioncino bastava, eccome. Quando se ne va il sole è tutto diverso. Solo gli aerei continuano a partire sopra la tua testa, a quelli non manca il carburante per andarsene chissaddove chissà. Guardi le ultime luci della sera, il cielo che si fa scuro mano a mano e ti dice che sono le otto passate, ogni attimo passa e il tempo con lui, che tu lo voglia o no. Siedi sereno, nulla potrebbe turbarti, a questo punto disteso fra i fumi e i barlumi del vino inebriante, ultima bottiglia della cantina presso cui hai prestato servizio, con tanto di contratto e contributi versati. Nulla può turbarti, solo il freddo ti inquieta. Presto ti alzerai e muoverai qualche passo, per andare dove chissà, sempre nel circondario di questo paesello di campagna che non è neanche un comune, no, e che in fin dei conti non ha quasi nulla da dire, al mondo agli altri o a sé stesso, quasi nulla davvero. Ritrovarsi fa male ogni volta, fa rendere conto della sperdutezza, del profondo della provincia in cui si sta versati e non c’è verso di uscirne, non c’è modo né interesse. Siamo nella provincia speranza sperduta. Camminerai su strade già camminate e conosciute. Non c’è via di fuga, non ci pensare, sei più tranquillo. Non ce n’è bisogno. Quel bicchiere ti chiama mentre un aereo passa e va a Varsavia. Dopo cosa c’è, gli chiedi tu. Ti dice non lo sai, c’è il mondo. Gli dici che non sai se è così, forse c’è il baratro. Il freddo è sottile e sale poco a poco. Agamennone cedeva dopo ben di più che questo, ricorda mister Omero in panchina. Certo che sì. E a bicchieri come andava, il vecchio Agamennone? È in questa circostanza che presento la mia recensione a questo libro, iniziata qualche giorno fa e conclusa oggi. Sempre allegri

Chiudere un cerchio – Due di Enrico Brizzi (Harper Collins, 2024)

Uno. Dopo poco più di mezzo libro

Stamattina sono stato a Castiglione dei Pepoli ad accompagnare Namir a fare i raggi ai piedi, perché il chirurgo che deve operarlo glieli ha prescritti d’urgenza. Abbiamo fatto l’autostrada e c’erano banchi di neve per terra, le pareti alberate chiazzate a spruzzi della bianca caduta in questi ultimi giorni di freddo. Oggi però c’era un sole e un cielo limpido che metteva allegria. Sulla strada del ritorno l’ho portato in biblioteca, forse era la prima volta che metteva piede in una biblioteca, non ho indagato più di tanto, non mi sembrava troppo importante. Gli ho detto: questa è la casa dei libri, li prendi gratis, in prestito. Gli parlavo come a un bambino. Un bambino uomo marocchino di quasi sessant’anni che non sa leggere, o comunque certo non in italiano, che ha letto pochi pochi libri nella sua vita. Comunque, per l’appunto, l’ho portato in biblioteca dove ho preso Due di Enrico Brizzi, il seguito di Jack frusciante è uscito dal gruppo, pubblicato per la prima volta – credo – nel 1994 e che fu un caso editoriale nonché un esordio folgorante: non mi interessa parlarne qui. O meglio: dico solo quello che mi interessa dire. È meglio per tutti.E allora, innanzitutto. Ho letto Jack frusciante che avevo (già) finito le superiori, anche se la storia è quella di un diciassettenne in crisi d’amore dopo che la storia della sua vita è cominciata e finita nell’arco di una primavera. Lei parte per l’America, lui si strugge. L’avevo letto a vent’anni, forse meno, l’avevo trovato parte di me, pezzi che rivedevo e che se n’erano andati, passaggi che avevo attraversato, la fine della prima volta, l’emblema della fine della scuola, tutto quello che c’è dopo. Non l’avevo letto a diciassette anni, ma li avevo ancora in corpo. Mi era piaciuto molto, l’avevo consigliato a P., amico di Saragozza, lui l’aveva letto e mi aveva detto: ci sta, non mi ha fatto impazzire, ho apprezzato molto i pezzi sulla bici. Una parte di me era scandalizzata, perché era tutto così vero, per me, quel libro, che vederlo ridotto a un libro come un altro non mi andava giù. L’ho riletto, più volte, talvolta a pezzi, altre volte al computer, altri pezzi. È un libro che funziona, che va al sodo, che non ci gira intorno, come si suole dire. Al contrario, Due gira parecchio intorno alle cose, alle storie, le allunga e le dilata al punto che te ne accorgi, anche tu che cerchi in quel libro parti di quello che eri quando hai letto il primo la prima volta, te ne accorgi e ti dispiace, perché lo vedi, che ci gira intorno, e pure vedi che anche tu hai preso a farlo, non dici più subito quello che vuoi dire – che poi, magari quello che vuoi dire magari spesso neanche lo sai, e questo ora come allora – ma fai lunghi giri di parole vuote, voli pindarici a precipizio sul niente, cose così. Forse è un pericolo sempre in agguato, forse Jack frusciante era l’eccezione alla regola, che potrebbe essere: girarci intorno come prassi. È più lungo del primo, Due, e talvolta sembra proprio che il brodo allungato sia il presupposto del creato. Ci ha messo tanti anni a scriverlo, o comunque a decidere di scriverlo. Forse è il peso di quei dubbi, quell’ansia di doversi spiegare che sempre corre il rischio di fottere l’autore, di condannarlo ad essere semplicemente uno che spiega le cose, perché ansioso di non essere capito.

Due. La fine meno venti pagine

Mi appunto: Spiegare il personaggio di Alex più del dovuto. Perché? Perché è il protagonista della storia, l’alterego dell’autore; perché in quell’anno americano lui è casa e fa diciott’anni e scrive quella storia, la loro storia impossibile che si fa linfa della storia del libro, e passa quella primavera a scrivere quel libro, e il proseguo della storia – la trama di Due – racconta allora della scrittura del primo, di Jack frusciante, dell’annodomini novantatré sebbene la trama del primo risalga all’anno precedente, in un gioco di specchi che è la realtà dell’autore, la sua giovinezza imperante di allora, i sobbalzi emotivi la seconda occasione che è la scrittura (riprendendo le parole di Delillo) e tutto quello che avrà seguito alla scrittura e alla pubblicazione di quel libro. Le fughe francesi e le divagazioni del personaggio, convogliate in Bastogne, e poi quella pace rassegnata che è la fine del carnevale dei regaz di AndreaCosta raccontato in Tre ragazzi immaginari, mi pare si chiami così. E così vanno gli anni novanta del Brizzi, con il sottoscritto che si trova a leggere questi libri, quasi per caso, che i venti del nuovo millennio già fanno presa da un po’. Non so perché, ho letto questi libri, questo bolognese richiamo che non so spiegare. La mia storia s’imbrizzisce quando il fratello da latte della saga frusciantiana si scopre essere il prof che tiene la seconda metà del corso di storia contemporanea, il primo trasmutato dal fisico al virtuale nei mesi primaprimaverili del duemilaventi passato. Il suo pezzo d’esame – online – è quello che mi ha alzato da ventinove a trenta, e come pensarlo un cattivo insegnante? Ci parlava di Mussolini con molta verve, ora ha fatto carriera, dirige un corso di laurea su giornalismo e gioco del calcio.

Ecco qual era la differenza fra i ragazzi e gli adulti. I primi non potevano ancora sapere chi sarebbero diventati, ma nei grandi continuava a vivere qualcosa del passato (278)

Ci sono momenti che non tornano, amica mia, ed è la loro bellezza. Non abbiamo il diritto di rovinarli solo perché siamo arrabbiati o impauriti (283).

Tre. Finito, dopo qualche giorno

L’happy ending senza storia è compiuto. Lei torna, si rincontrano ed è la fine del romanzo. Gli occhi si incontrano, si vedono e si leggono: tutto quello che non si erano potuti dire si può vedere leggere scritto in faccia. Lei torna e lui torna ad essere felice, dopo una cornice d’anno metanarrativa che ripercorre le gesta del precedente Alex D., in quell’anno preannunciato e particolarmente funesto. Che dire, insomma, infine? C’è da esprimere un giudizio? Giammai. Un parere? Chissà. Perché l’ho letto, cosa ci ho trovato? Ciò di cui avevo bisogno, forse. E sono stato accontentato. Ho avuto quel che volevo, non si può che dire. Questo è il limite a cui era condannato il libro, e questa è la pena che ha scontato. Il tempo del romanzo si prolunga e si dilunga ma la storia latita, perché è storia di un’attesa. Cerca di farti aspettare insieme a lui, il Brizzi, e ci riesce, tutto sommato. Ti inganna con quei retropensieri tipici suoi, qualche marchettata al passato, evergreen della sua scrittura posttondelliana. Comunque sia, per me è il libro giusto, per essere concreto e sintetico. È il libro giusto perché rispecchia le premesse e ritorna con le precisazioni che servono, tralasciando le cose inutili. Cerca di portarsi dietro il fardello di trame del primo libro, non so dire se ci riesce. Non so cosa pensi Brizzi di questo libro, se l’abbia dichiarato. Se lo ha pubblicato si vede che era convinto. E così sia. Due è il seguito e la fine di Jack Frusciante è uscito dal gruppo, trent’anni dopo. Si chiude una fase, un’era, e Brizzi ci condanna a un lietofine in cui non credeva più nessuno, ed era la forza del primo libro. Eppure, ecco qui l’ipocrisia borghese. Ma non c’è da farne un problema: è il naturale corso delle cose. Condannati a un epilogo da nozze e villetta a schiera sui colli che era la premonizione delle prime pagine del primo libro, l’auto ibrida e quella elettrica e lo studio in centro, i viaggi di lavoro, le feste in famiglia da organizzare al meglio. E vabbè, viene da dire alla fine. Arrivederci e grazie. Un giorno li leggerò in sequenza e scriverò la recensione parte due di questa, due di due. E così sia. Buonanotte ai sognatori, e buona pasqua.

Un piano ci vuole

Wednesday, March 18th, 2026

Nota di partenza: Una storia personale. Dieci anni fa scoprivo una stanza di casa di mia nonna che giaceva inutilizzata, riempita di libri e di librerie, vecchi armadi con dentro vecchi vestiti, ciarpame, palta. Ho capito che avevo una possibilità, poteva essere uno studio musicale, un atelier, luogo di produzione creativa. Uno spiraglio, la maglia rotta nella rete di uno spazio che mi metteva in trappola, tutto intorno tutto altrove. Mi sono messo sotto per trovarci un ordine, un equilibrio interno, e in poco tempo era abitabile, era una tana, la mia. Il progetto iniziale prevedeva un’insonorizzazione del soffitto, impossibile quanto tanto pensata: ero convintissimo ce l’avrei fatta, e avrei fatto musica. Ho incollato qualche bugnato spugnoso alle pareti, ed è finita lì. Ci ho registrato canzoni, scritto due tesi, quasi per intero. Per anni, era l’ultima stanza di casa di nonna. Entravo, salutavo nonna e mi richiudevo nel mio studio. Doveva chiamarsi Officina, perché l’ho sempre pensato come spazio creativo e produttivo, fucina d’artemanufatti, e dal principio ho pensato il processo creativo come qualcosa d’affine all’artigianato, alla produzione concreta e singolare d’un qualcosa di tangibile: i pensieri sono forze, le idee hanno forma e sostanza, i sentimenti possono muovere il mondo. Era anche Oceano, però, perché ero aperto al mondo intero, a ogni tipo di influenza e contaminazione, non sapevo la direzione da prendere. Non ho fatto mai una targa ufficiale, perché le cose ufficiali fanno paura, sembra che debbano sembrare morte per essere veramente vere e ufficiali, e così mi tenevo l’idea in testa, senza dirla troppo in giro, per farla vivere ma senza esporsi granché.
Nonna è morta, la casa si è raffreddata. È passato il tempo, ci ho scritto un libro – il primo – che ha fatto il suo corso, come i fiumi. Parlava di amici e di futuro, del mondo che cambia e di tutto che invecchia. L’ho stampato, l’ho venduto in settanta copie una ad una, rincontrando amici che non vedevo da un bel po’. Il tempo è trascorso, ora quel libro è quasi vecchio, già parte di questa storia. E siamo all’oggi. È sabato sera, ci sono le birre, le parole si inceppano di fronte alle cose che vanno avanti per conto loro, come scritte da qualcun’altra anima. Non con grande convinzione, o meglio non completa, pubblico di seguito il piano editoriale per quest’anno che viene. A fine anno farò il bilancio editoriale, per vedere se e come è stato rispettato il piano per un anno di molte parole, apparentemente. Continuo a vederle come l’antidoto a un fluire dell’esperienza molto spesso soverchiante, totalitario. Consapevole della finitezza e dell’assoluta limitatezza della forma-mezzo parola, non so andare oltre a loro, vedermi al di là di questa linea fra il bianco e lo scritturato. Mia madre esattamente in questo momento entra in scena su un palcoscenico senza pretese, le linee editoriali della casa editrice senza bilancio sociale sono prese sulla riva del canale dietro casa, col vento che soffia da est e l’autostrada che ruggia come incavolata, incavillita, ostentante. Tutti vanno a busso chissaddove, ciascuno al posto proprio. La macchina ci mette tutti al nostro posto, questo è il fatto, e lo rispettiamo bene: un pesce fruscia nel canale, buon segno. Non so cos’altro dire, e dunque descrivo la scena per come avviene. Il caporedattore espone il piano, il presidente approva. L’amministratore delegato osserva e sorride lieve, l’editore sembra assorto in certi pensieri suoi, il procuratore fa dei calcoli sulla calcolatrice del telefono, scrive numeri su un foglio di calcolo. L’autore guarda la scena e pensa a quanta illusione calca la pagina, quale inganno sottende l’approdo del domani. Sa quello che farà, spera che ci sarà il sole. Tutti firmano un foglio che prevede potenziali incassi dal suo sfruttamento, ma gli va bene così: è nato per fare questo. Infine, firma anche lui. E così sia.

Piano editoriale duemilaventisei, Officina Oceano Produzioni Manoscritte
Un bicchiere di peanuts sempre mezzo pieno

Raccolta poetica per un amico novello sposo + EPisodico incontro (titolo provvisorio, disco musicale collettivo, musica per un matrimonio) + un libro per i bambini che saranno (regalo di nozze)

Storie di Idra, un regalo di compleanno. Maggiogiugno

Scavi sottopelle, Primavera

Saggi su interporto (Spaziointerporto: una prima tesi, Un questionario senza il dopo + Esplorazione sui bordi, Cento chilometri dentro un recinto, Quello che resta + Una storia dal futuro), Estate/autunno

La luna sulla discarica (una storia), Estate

La yoga e la droga, Autunno/inverno

Conversazioni con amici adulti prima che diventino vecchi, Autunno/inverno

Poesie da urlare nel traffico e altre storie d’umanità a motore, Inverno

Rielaborazione divulgativa di: Sul senso dello spazio, la bicicletta e l’automobile come strumenti di ricerca e di pratica geografica, Inverno

Fine.

Nota di conclusione: Quel che resta. Si tratta di un progetto molto ambizioso, nel suo complesso, scrivere è un fatto totale assorto e dedito, e forse è un programma eccessivo, ma chi scrive sa quanto l’eccesso sia parte costitutiva della sua natura. Dall’eccesso al collasso il passo è breve, e la notte chiama il sonno. Mi trovo addormentato, assorto in certi sogni di gloria che è meglio non dire a nessuno. Mi sveglio a mezzanotte che non c’è nessuno in giro: l’ho sognato? Vedo le parole, il programma, il contratto firmato sul tavolo. L’autore si è assopito e gli altri membri del comitato se ne sono andati, contenti di ciò che hanno ottenuto. Qualcuno soffrirà, pezzi di pelle e di membra salteranno al contatto con la pagina caustica, fiumi di inchiostro, foreste amazzoniche in fiamme, per produrre la carta che serve per questi libri. I sogni rifanno tutto nuovo, le manie danno la direzione al viaggio onirico che ci attende. Questo spazio è per me, per te, per noi: per le parole ancora in procinto di essere, per il silenzio rotto solo dalla tastiera che balletta sui tasti. Seguiranno aggiornamenti – tanti.

democrazia diretta

Wednesday, January 24th, 2024

ciao a tutti: a chi legge, a chi non legge, a me che tornerò a leggere, qui, un giorno, annoiato, sfatto, triste, sull’orlo di un’ennesima crisi.
non so da quanto non passavo, ma non mi importa ora divagare sul solito tema che soggiace a questo blog invisibile: tempo che passa, è il suo nome in codice. i giorni scorrono, la pelle morta scivola via da noi, ci rinnoviamo biologicamente senza accorgercene, e così rimaniamo gli stessi. le cose da fare rimangono, si rimandano, la gente muore, non è questo il punto, ora.
è la prima volta che scrivo, quest’anno detto 2024, dunque auguri. e ci siamo

di ritorno dalla montagna, la sedia del mio studio è molto comoda. non sono ricco, solo borghese quanto basta: se leggi, bene o male condividiamo questa condizione. ci invidiamo a vicenda, forse, ma siamo pressappoco uguali. piacere di non esserci mai visti.
il mio studio è una stanza ricavata divenuta studio, ci sono una scrivania, molti libri, questa sedia molto comoda: in montagna non ce l’avevo, e ora che ci sto seduto sopra mi accorgo che è molto bello sedercisi.

attacco una tastiera meccanica al pc, per scrivere, che fa molto sovietico, macchina da scrivere, non so. è più facile fare refusi, con questa: il programma è tarato in inglese, così mi batte errore – le celebri lineette rosse sotto le parole – per ogni vocabolo italiano: se ci sono refusi, pazienza.

sto scrivendo la tesi, laurea magistrale. non dico quale, perchè non ho una personalità così spiccata, non mi importa dire chi sono, da dove vengo: l’anonimato invece mi preme, perchè è poco di moda, di questi tempi. il potersi nascondere quanto più, mi sembra sia quel poco che ci rimane. poi la gestapo del pensiero ci trova lo stesso, c’è una mail e qualche codice che conduce a questa casa, a questo studio, ma insomma, non dirò niente di perseguibile penalmente, anche se la sincerità è rischiosa, porta poca grana e molte grane, per lo più.

non dico l’argomento della tesi, l’università, la città, e via così. pensate a voi stessi, il vostro volto, i vostri occhi smunti su un dispositivo qualsiasi, la vostra città, il vostro sorriso un po’ avvizzito. stiamo invecchiando, ma non è questo il punto.

un quarto di secolo e qualche mese, certo per l’età media – … – sono fresco, ma poi ciascuno ha quel rapporto speciale con i suoi mali, il morboso relazionarsi alla propria malattia, le debolezze. oggi sono stato a correre. è stato bello. se non l’avessi fatto forse non sarei qui. ma neanche questo è il punto.

arrivo al punto. questa stanza è colma di libri, di cultura condensata, di parole addensate in volumi, se si mangiassero potrei sentirmi sazio per anni, in prospettiva. ma li mangia la mia testa che è limitata e via via, passa il tempo e quella gioca coi ricordi, dimentica in modo frazionato, trattiene la granaglia e perde il resto. per la maggiore, i libri si consumano come le caramelle, ci somigliano sotto molti aspetti.

affianco a me c’è un piccolo volume di murray bookchin, democrazia diretta. è piccolo, stretto, stringato, striminzito. scritto bene, scorrevole, a suo modo rivoluzionario – quest’espressione vomitevole è parte di quell’ovvio che ci lega gli uni agli altri, la uso per sentirmi in pace con l’idea di dire qualcosa di diverso da te, e da te, da voi. parliamo uguale, tutto sommato, e se mi distinguo, è perchè mio padre ha pagato le tasse dell’università ma io non studiavo e basta, ma anzi studiavo poco, e la maggior parte del tempo mi drogavo. non è il punto.

è un libro secco, ma non riesco a leggerlo. l’ho preso in biblioteca, l’ho posticipato perchè mi scadeva, ho troppi libri intorno e non riesco quasi a leggere. santo dio, è così. bulimia del cielo, non si riesce a leggere all’idea di aver troppo da leggere.

per me del futuro: come va ora? è un po’ migliorata la situazione ora che la prestazione è giunta in fondo, il titolo è in saccoccia, la corona sulla testa – di cazzo – e il costume da straccione l’hai indossato, per festeggiare la tua vanità?

fammi sapere. nient’altro da riferire. l’appennino è un bel posto, ti consiglio di andarci più spesso. la pianura ammazza più lentamente, ma un po’ alla volta ti prende tutto, ti asciuga e ti lascia come un accozzaglia di doveri inesausti. l’uomo di pianura è una mezza calzetta, le cose gli avvengono intorno ma lui non sa come né perchè, sa solo che deve andare a lavorare e che ha sempre molto da fare. auguri, buon anno, buona fine stesura della tesi. aggiorno sul come va: allego foto della proclamazione. buonanotte

Dipende n ze

Wednesday, January 25th, 2023

Postilla di passaggio fra il pensieroso e quel tempo del limbo che si perde prima di andare a dormire: quando dai un taglio ad una dipendenza – fisica e sostanziale, mettiamo, ecco che affiorano tutte le altre, un po’ alla volta, coi loro malesseri connessi. Ecco i socialnetwork che ribussano alla porta, ricordandoti che c’erano prima loro, ad innaffiarti l’esistenza di sibilanti ossessioni sibilline. Dieci anni fa c’era ancora qualcosa d’interessante, poi ci siamo scoperti tutti dei guardoni, dei mezzi stalker, e poi oggi quel blu di sfondo che qualcuno, a suo tempo, ci disse istigava la dipendenza, ma noi non sapevamo mica cosa farcene, come rispondergli, che se davvero era così, cos’avremmo potuto farci? a quel tempo faccialibro proponeva una gamma di colori possibili, con cui personalizzare ciò che avrebbe ipnotizzato il nostro sguardo [i social hanno sperimentato tante cose, sotto i nostri occhi, grazie ai nostri occhi, ma di volta in volta le modifiche e le sperimentazioni non lasciavano un segno, se non labili tracce nella memoria incosciente; sperimentazioni umane in questa scienza della vita da ormai anni trascorsi], ma poi non se n’è fatto niente, tutto è tornato al monocromo blu dipendenza, una storia vecchia e stinta, ci torno controvoglia, in preda alla noia, ed è un brulichio altalenante fra i contenuti sponsorizzati e quelli ‘consigliati per te’, perché il piccolo mondo che ti sei costruito intorno negli anni è andato appassendo, alcuni sono morti ma neanche lo sai, e nessuno pubblica più granché, così non mi resta che mostrarti ciò che credo possa interessarti, e tu ti interessi perché hai un disperato bisogno di trovare qualcosa che desti il tuo interesse, susciti la tua attenzione bramosa di chicche, curiosità da quattro spicci che potrai rivenderti domani, all’ennesima pausa-studio consumata una dopo l’altra in compagnia di gente che non conosci, ed eppure la senti vocicchiare senza sosta, l’ascolti a malapena ma non vedi l’ora di straparlare, di dire la tua – la rivisitazione rimasticata della boiata che faccialibro ti ha suggerito pensando potesse interessarti, ma per lo più sei tu che hai scelto che ti sarebbe interessata, quasi a qualsiasi costo.

E’ il vecchio che avanza, ci torni con un misto fra lo sdegno e la nostalgia, pubblicano stati soltanto vecchi compagni che ancora trovano qualche emozione nel vedere crescere il numero dei mipiace alle loro farneticazioni, alle loro disillusioni tristi messe in piazza. Ci torni perché c’è una parte di te, racchiusa fra le pareti impalpabili di quel profilo fattosi un giorno, d’improvviso diario, senza realmente volerlo, che si potesse scegliere. C’è tanto di te, tracce insperate, parti della tua storia, emozioni e tempo speso a cercare un riconoscimento, un posto in quell’etere pallido e smunto. Ci torni perché non sai dove andare, come apri whatsup [che tradotto in lingua italica suona cos’è successo? cosa c’è di nuovo? scoperta di adesso che sarà ben presto dimenticata, ed eppure ha un significato non da poco] perché senti il bisogno di dire, o sentirti dire, qualcosa da qualcuno, quasi qualsiasi. Ritorni perché cerchi qualcosa che un tempo trovavi, e ora non sai più dove cercarlo, e allora ci riprovi, per l’ennesima volta, ma ne esci ogni volta sempre più incupito e scippato del tempo della tua giovinezza che se ne va.

Ritorni, perché neanche più puoi bere, per ordine del medico, e a fumare neanche a parlarne. Ritorni, perché vorresti sapere che fine ha fatto quell’amico di un tempo – caro Pietro, chissà che fai adesso, se vivi ancora là, se sei buono come allora, quasi coglione, tanto eri buono, e un giorno hai cambiato scuola e non ci siamo visti più, se non anni dopo, ma c’era del disagio, e quello è rimasto a impregnare l’aria e i ricordi di te -, chissà com’è diventata quella, se ha preso la strada della palestra o quella della cucina, chissà.

Ci torni perché non sai dove andare, e ogni volta che esci è come prima, e in più non capisci dove sei. E l’idea di eliminarti per sempre è come lasciare una parte di te, fa strano, stranissimo. Siamo paralizzati e non riusciamo a rendercene conto.
E’ tempo di far su i nostri stracci, trascrivere quei pochi ricordi, lambiccare un po’ per dare un taglio a quella pagina del nostro passato. Al passato grazie, al futuro… [continua]

(Laverna, 30 dicembre 2022)

Punto di inizio anno

Wednesday, January 11th, 2023

Stato delle cose attuale. Paralisi dei sensi, dei sogni, disillusione assoluta. raffreddore apocalittico, la sensazione che ogni cosa debba smettere di essere: il contrario della consapevolezza dell’unità del tutto, la tristezza della frammentazione esposta e volontaria, autoimposta, la segregazione delle speranze.
pochi propositi, e in quattro giorni neanche una doccia.
nessuna originalità in questi sbagli, calcificati, come stanche abitudini esauste.
è l’unico modus vivendi di cui l’esperienza è satura satolla. lo scorso gennaio era un ribrezzo simile, le strategie di resistenza sono inscritte nel profondo d’un’anima erosa dalle sue effimere valli. il calcio in streaming, i social, l’accademia quand’è fine a sé stessa: tutto è pervaso da un alone di stanchezza, di disillusione affranta. è un mondo vecchio che bisogna abbandonare.
pito va in subaffitto da qualche parte nell’appennino, sotto il cimone non c’è neve e gli albergatori si lamentano dal governo, è il quattro gennaio ma fuori certo non fa un gran freddo, ci sono nove gradi buoni dice il termometro dell’internet
con queste parole mi impegno in un progetto di rigenerazione spirituale che sia il più possibile sincera, integrale, mi propongo un po’ di astinenza dalle cose dette i piaceri della vita per ricercare l’essenza, sepolta sotto strati d’ipocrite distrazioni fugaci ed irrealizzanti. le amnesie che mi divorano urgono di lasciare il passo alla certezza delle cose essenziali della vita, trovare piacere nel muoversi spostando sé stessi, scrivendo traendo da ciò energie, e non dissipandone a questo fine, e tutto ciò che ne consegue.

ciò che s’attarda ad andarsene. La fine delle ferie forzate, il tennis in tivù, i ghirigori e chi più ne ha più non smetta è un’ovvietà spesso troppo spesso non detta. il calcio, gli sguardi di nascosto alla gente incontrata durante gli anni passati, a scuola, in giro per il paese, al catechismo. Tutti a vender sé stessi, a convincer non si sa chi della qualità inossidabile delle proprie scelte di vita, foto patinate, colori vividissimi, qualche riga biografica intertestuale che rimanda a tutto quello che fate nel vostro tempo: provate in ogni modo di convincerci che ciò che ci date a vedere sia vero, sia proprio così che investite i vostri giorni – perché se insta è un gigantesco supermercato, ed ogni profilo è una vetrina, l’afflato economico totale non potrà mica fermarsi qui, lasciando inavvinghiato l’umano che ancora resta, che ancora eccede il macchinico.

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Instagram è il mondo degli uomini doppi sdoppiati, smezzati tagliati filtrati invetrinati all’infinito smodato. quelli nati prima del 2003 hanno due profili, il primo ufficiale il secondo lavorativo, od espressamente dedicato al loro tentativo d’emergere, di guadagnare attraverso la mercificazione del loro tempo incasellato nelle strutture che le piattaforme mettono a disposizione. entrambi pubblici, solitamente. le ragazze tendono ad avercelo privato. quello lavorativo, molto poco spesso è privato: il lavoro è pubblico, mira a raggiungere il maggior numero possibile di persone – come ogni profilo che si rispetti, del resto. quelli nati dopo il 2003 hanno due profili, il primo ufficiale privato, ‘quello per tutti’, il secondo è il cosiddetto profilo sputtano, dove pubblicano – solo per i loro amici più o meno stretti – le cose proibite che fanno, molto da minori che vogliono far sapere a più persone possibili cose che non deve assolutamente sapere il loro padre, o la loro madre, ma il percorso degenerativo è arrivato qui; ai piccolissimi, oggi quasi adolescenti. per ogni utente, insomma, ci sono almeno due profili. bulimie indentitarie.

il mondo è pieno zeppo di gente sola che non sa come fare il primo passo (toni vallelonga)

PpdS

Tuesday, December 14th, 2021

Per chi è arrivato all’inceppamento pandemico a ridosso della ventina o poco di più, il carrozzone d’accadimenti sanitari-politici-esistenziali non potranno averlo lasciato del tutto indifferente, o forse meglio, al contrario, mai così indifferente, nel modo di considerarne gli strascichi.

D’eccezionale, in uno stato d’eccezione, vi è l’entità del carico di dolore imposto alla singola sopportazione, l’elevazione di grado della “certezza” dimostentata dal potere, legittimato e vidimato dall’opinione degli esperti, degli accademici, dei titolari del sapere legittimo che autorizza un potere legale d’azione che si allarga via via, e infine l’imposizione di nuovi e nuove gradi e condizioni di realtà che operano nella vita quotidiana; alterazioni linguistiche, prassi ordinarie, automatismi, regole, conseguenze di questi e di quelle.
D’eccezionale, in uno stato d’eccezione, vi è la condizione d’esistenza del singolo denudata della patina d’ipocrisie non dette che ne costituiscono gli assiomi nascosti, le traiettorie di senso oggi in crisi, secolarizzate. Le maglie dei vari poteri si serrano, circoscrivendo l’entità dei recinti e dei pascoli cui è concesso razzolare alle popolazioni nazionali, mentre il senso superiore tende a sgretolarsi del tutto e l’apocalisse si presenta come un quando, piuttosto che un ipotetico se, e tutto ciò in pieno e dispiegato scientismo, ateismo, ipermodernismo, transumanesimo.

Vi è d’eccezionalmente straordinario che qualcuno ha perso la voglia di fare programmi sul proprio futuro, pensare la propria vita come un capolavoro da non gettare nella pastoia dell’insignificanza spirituale, della mercificazione tout court dell’inconscia sovrapposizione identitaria fra i molteplici strati che si interpolano fra il reale, il virtuale, il metaverso attuale – che Andrea Olivieri rende bene, nel descrivere il varco 4 al porto di Trieste, dipigendo un quadretto composito di persone fisicamente presenti ma in tutto volte al loro proprio e stesso sconfinamento virtuale; una presenza realmente pixelata.

Denudati delle certezze ipocrite, bramosi di sicurezze stabili, timorosi del cambiamento, e della crisi, spogliati d’ogni trascendenza e d’ogni alterità possibile, rispetto quest’esausto mondo sensibile, ci scopriamo paralizzati su quelle rotaie, gli occhi fissi sui fari del treno che minaccia d’investirci come le generazioni che s’accavallano e sprizzano, odorano dal nostro sangue. Come traumatizzati, abbandonati alle nostre solitudini ci siamo scoperti piccoli, vuoti e freddi, incerti in tutto, incostanti, tiepidi in ogni sentire, sempre più assenti e soprattutto insensati, di passaggio, inutili, vani.

La pandemia è un bel bagno di realtà, o d’umiltà, prima di tutto il resto; forse l’unico elemento credibile, cui credere davvero è un imperativo morale, è questo quasi imprescindibile nichilismo di fondo, punto di partenza per una ricostruzione di senso possibile, consapevolmente generato, costruito, concordato, frutto d’un lavoro condiviso. Fino a questi tempi incerti, imperturbabili soltanto godevamo dei nostri privilegi, talvolta infastiditi da qualche dubbio di passaggio, qualche timore sul senso, ben presto represso in qualche piacere dei sensi, qualche soddisfazione della carne, un po’ di droga, un po’ di sesso. Ora, squarciato il velo, tutto ciò non basta più, ma al contrario, ulteriormente svela la voragine, i mostri polverosi che negli anni avevano costruito il proprio regno sotto il tappeto e le moquettes che fanno morbide tutte quelle strane, incomprensibili storture che pervadono i paesaggi operazionali ai bordi delle città, dove la vita urbana ancora sprizza e brilla, tempestata di vetrine e profumi che scorrono impetuosi fra le luci del centro dove s’ostenta e si nega, si mente e si trangugia, e tutto per non pensare, e ciò per non ridursi soli, nel buio, a piangere.

Io credo che non ne usciremo. Certo non migliori, ma nemmeno peggiori. Non ne usciremo e basta, le vie di fuga serrate una ad una, il dissenso sempre più stigmatizzato, strumentalizzato, manipolato e represso, schiacciato fra quelle pareti alte asfittiche e metalliche che adombrano i monumenti alle vittime dei totalitarismi, dei campi, del potere che giunto all’apice del ciclo di sé stesso non può che irrigimentarsi, crescere e fiorentemente splendere nello spreco, nell’abuso fine a sé stesso, nell’oltre il governo, l’amministrazione, la plasmazione, la costruzione e l’alterazione del soggetto suddito e della popolazione gregge: il controllo, oltre tutto questo, è prima di tutto predittivo, oltre che ovviamente repressivo. E’ nel circoscrivere il campo del pensiero possibile, nel plasmare vagonate d’individui che non possono pensare un altrimenti alla loro sudditanza, il “compimento del compito” portato a termine dallo Stato, dal potere, da chi comanda; allora la creatura si dimena, smania e impreca, ma poi poco alla volta si redime, e tristemente accetta la sua condizione, si piega e cerca di dimenticare.

Ogni giorno quelli come me si alzano e sanno che dovranno ribadirsi di esserci sebbene il senso latiti, dovranno guardare in faccia la propria insensata presenza al mondo, con un pugno ben assestato fracasseranno l’immagine riflessa nello specchio dentro di sé, la cui giornata inizia andando in mille pezzi, e versando lacrime di ghiaccio, preventivamente sedati, tristi e inconsolabili si siedono al tavolo della cucina, soli, che il sole splende già da un po’, ancora una volta sopraggiunti troppo tardi, premeranno un tasto e si troveranno un caffè in mano. Senza vie di fuga, senza vie d’uscita. E senza programmi sul futuro, progetti per un avvenire ri-sensato, disegni di vita, ragioni d’entusiasmo. Solo qualche parametro produttivo, qualche interazione ormai stinta, parole sorrisi pensieri inquietudini e poi di nuovo il buio, il silenzio rotto dai crepitii delle zone industriali dei dintorni, voci soffuse goliarde che imprecano qualche certezza, così per fuggire la paura. Il tasso d’invivibilità cresce, giorno per giorno, e la strenua ingenua irrazionale esigenza di sopravvivere con esso. E sempre e solo, in compagnia della noia.

Dis/connessioni ed Elezioni. Alcune note e un saluto

Thursday, October 7th, 2021

“La terra reagisce alle azioni dell’uomo, la terra non ha un’anima”, dice quel professor ingegnere che si segue sul divano, mentre si lancia in una digressione (“più o meno divagazione sul tema”) sugli esiti catastrofici del surriscaldamento del geoide terrestre, con fuori i primi freddi che sopraggiungono, il cielo bianco lattiginoso che profuma di silenzio e porta con sé incrollabili fragilità esistenziali, chiede silenzio e finisce frantumato in una barcamenata di banalità che sgorgano dal dispositivo/palla al piede del detenuto: in qualsiasi momento, abusando del suo presunto potere, egli può dire “quelli da casa scrivano il loro nome adesso”, al fine di dimostrare la loro presenza nell’adesso richiesto. Ma fra poco finisce, come tutte le cose.

1. È già giovedì!, direbbe qualcuno, e lunedì è passato portandosi dietro alcune cose che sono successe e in qualche modo significheranno, più sul possibile futuro, sul presente che sarà – posto che il futuro oggetto del lavorìo della tecnica è inconoscibile, immutabile nella sua razionale programmaticità, scriverebbe Ellul pressappoco; le elezioni in certe città fra cui Bologna (“la città più progressista d’Italia”), l’irraggiungibilità del trittico delle piattaforme di Zuck – nonché delle dichiarazioni di quell’ex-dipendente, che ci interessa meno in ragione della contingenza della circostanza (e non sarà oggetto d’approfondimento di questo piccolo scritto) – dalle cinque e mezza a mezzanotte e mezza, pressappoco, almeno in quest’angolo del mondo: i messaggi su whatsapp non si spedivano, la home di fb non si caricava e tutti quelli che conosciamo perché esistono dentro lo schermo di insta… spariti nel nulla. È un evento particolare [era successo il 19 marzo scorso per un’ora, e prima il 13 marzo 2019 – il blackout più lungo (circa un giorno) scrive repubblica], per tante ragioni. Il rapporto fra il reale e il virtuale, la stabilità del virtuale e la relativa conseguente instabilità precarietà, la significanza in senso lato delle implicazioni individuali quanto sociali, la possibilità che un giorno riaccada e lo spegnimento dilaghi ad altri siti e l’epidemia di cecità che allora colpirebbe baluardi, componenti essenziali nel nostro modo di concepire e pensare internet oggigiorno. S’è detto tante volte – spesso banalizzando, o comunque in questo modo evitando di approfondire altro, qualcosa di nuovo – che facebook non è internet, (e google anche), non s’è detto: un giorno può saltare l’uno, un giorno può saltare l’altro. E se salta teams e le lezioni online? E se salta google per davvero? E se saltano quelli che per mancanza d’alternative credibili continuiamo – qui, almeno, per un altro po’, ma prima o poi approderemo a “meglio di così” – a chiamare media, quei siti d’informazione che danno una forma alla popolazione di questa fascia di mondo? Se salta chi informa i fatti sui fatti?

Come detto, le questioni e le implicazioni sono svariatamente variegate, tristemente molteplici [torneremo sul concetto di molteplicità ben presto e una disposizione altrimenti altra, senz’altro, per fortuna], e per adesso ci limitiamo a metterne un poco a fuoco due, rigorosamente in forma “di bozza”, in itinere. La prima riguarda l’effettiva stabilità materiale delle piattaforme: a fine gennaio 2018, al WEF di Davos, Soros si riscopriva un paladino democratico e le descriveva come un “ostacolo all’innovazione” e allo sviluppo del mercato e della concorrenza, in ragione delle loro tendenze monopolistiche, nonché (circa) ‘come danno per la tenuta della democrazia, minaccia per la libertà di pensiero individuale’ et similia; infine dichiarava ad esse battaglia sul piano fiscale:

“[…] È solo una questione di tempo prima che si rompa il dominio globale dei monopoli statunitensi sulle tecnologie dell’informazione”

Fine gennaio 2018. Ormai quattro anni dopo, il lockdown informatico d’una parte importante della comune concezione dell’internet mostra una discreta quantità di polvere sotto il tappeto, fantasmi e scheletri che – una volta di più – rendono la riflessione sulla tecnica d’una attualità scottante. Questo soprattutto perché all’antipodo della vicenda, al vertice del cucuzzolo l’intraprendente Zuck parla e pensa – immagina – nei termini di Metaverso [consigliato è quest’interessante articolo di Ryan Zickgraf che introduce alla questione]. Se da un lato il “farsi oscuro” delle tre giganti piattaforme può esser interpretata – a seconda del punto di vista, nonché dell’occhio di chi guarda – come un guasto o come una guerra in corso fra grossi (grossi grossi) possessori di capitali, altrettanto distopico e attualmente oscuro – in quanto se ne sa poco e soprattutto poco si immagina – è l’orizzonte in direzione e in funzione del quale opera e ragiona il precursore del social network di massa, concettualmente all’incirca un “Internet incarnato, [nel quale] invece di visualizzare i contenuti, ci sei dentro”. Il passo più interessante è il parallelismo con Snow Crash, romanzo di Neal Stephenson del 1992 dal quale lo stesso termine “metaverso” è mutuato. In sostanza, con la linea di demarcazione fra il reale e il virtuale che sfuma sempre più fino a farsi un dettaglio accessorio (l’autore cità l’iperrealtà teorizzata da Baudrillard, quando “realtà e simulazione si fondono così perfettamente che non c’è una chiara separazione tra i due mondi”), compare la categoria dei gargoyle, esseri che

“Non finiscono mai una frase. Sono alla deriva in un mondo disegnato a laser, scansionano retine in tutte le direzioni, controllano chiunque si trovi nel raggio di un migliaio di metri, vedono tutto contemporaneamente alla luce visiva, agli infrarossi, al radar a onde millimetriche e agli ultrasuoni.” [dal romanzo di Stephenson, citato nell’articolo]

Sono quella categoria vagamente postumana che finisce con l’aderire acriticamente e ciecamente ad ogni dettame votato all’innovazione, al progresso, al dominio della tecnica sull’essere umano. L’uomo è l’essere sacrificabile [homo sacer] immolato (“votato”) sull’altare del capitale.  Verrà il giorno d’uno scontro definitivo e costituente fra gli aderenti – che allora saranno necessariamente utenti/adepti – e la nuova resistenza dei “rimasti umani”? Non ci resta che vivere e stare a vedere.

2. Le elezioni. Non mi va di scrivere granché, così incollo questo testo preso dal profilo fb di Davide Blotta – in allegato stanno alcune toccanti fotografie che consiglio ai curiosi. Non c’è poi tanto da aggiungere, si potrebbe, ma magari un’altra volta.

2015 Sgombero di Ex Telecom (280 persone, 100 minori)
2015 Sgombero di Atlantide
2016 Sgombero delle famiglie dello stabile di Via de Maria
2017 Sgombero Galaxy (31 Famiglie)
2017 Sbombero O.Z. Il più grande skatepark indoor d’Europa. Postazione preferita di B.U.M (Bologna Underground Movement). Ora fa parte dell’Unipol.
2017 Sbomberi di Labas e Crash! Eseguiti nella stessa ora, alle 6 del mattino di martedì 8 Agosto. Una mossa da veri leoni. Labas prenderà una cantonata talmente forte da non riprendersi mai più. Oggi infatti è una parrocchia. Ah, fino a poco tempo fa ti davano i sacchetti dell’umido.
2019 Sgombero di Crash!
2019 Sgombero di XM24 avvenuto alle 5 di mattina del 6 Agosto. La giunta PD ha la simpatica idea di impiegare una ruspa per cacciare via gli attivisti. Era il periodo in cui scimmiottare Salvini ti faceva vincere qualche consenso alla briscola del Pontelungo.
Gli attivisti rimangono sui tetti, c’è chi si lega in piscina, c’è chi si appende al soffitto. Si fa avanti un certo Lepore, un ragazzone come lo chiamano quelli dell’Estragon (Estragon, a dire la verità nessuno si ricorda più di voi. Sarà che non ascolto più i Green Day ma nella mia testa eravate sepolti. Una cosa mi ricordo, a 16 anni mi faceste pagare 4 euro l’acqua nel vostro locale. Spero riapriate presto) Lepore promette agli attivisti che se fossero scesi avrebbe firmato seduta stante l’impegno ad assegnare a Xm24 una nuova casa. Lepore non era il rappresentate di classe della 5b, Lepore, come da ultimi 10 anni, ha l’incarico su Cultura e Turismo di questa città. Attenzione, il personaggio lo conoscevamo. Prima di allora si era infatti presentato con l’idea di salvare i muri esterni del centro sociale perché gli piacevano i graffiti. Grazie, rispondemmo, che ne pensi della piscina invece?. Alla fine della storia propose di istituire un museo della Bologna punk con quegli stessi muri. Sarà perché gli anarchici non vanno matti per i musei, specie se sono loro le opere gratuite, ma la proposta fu accolta con la cancellazione dei graffiti e con la comunicazione scritta di quel che loro pensavano dell’intera idea: all’inizio si optò per scrivere vaffanculo, poi la maggioranza votò per una scritta di 30 metri che recitasse ‘questo cohousing è una cagata pazzesca’. Museo rovinato, la scritta è ancora lì.
Qualche mese più tardi il posto che viene assegnato a Xm24 si trova nei pressi di Imola, non ha l’attacco della luce e si può raggiungere solo a piedi. Frequentavo XM in quel momento e mi ricordo che il posto offerto non piacque molto.
2020, Febbraio. Nella notte ricevo una telefonata. Finisco di lavorare e mi reco all’Excaserma Sani. Fotografo lo sgombero della palazzina che è ancora buio.
Con l’eccezione dell’ex Telecom, in tutti questi posti sgomberati ora ci fanno le assemblee i topi. Alcuni vengono anche da fuori.
L’ex Telecom è il mirabile esempio di quello che oggi definiamo lessicalmente come baratro. Uno studentato che vende camere doppie a 600€. È felicemente abitato da un gruppo di ragazzotti bianchi panna che amano sputare in testa ai passanti e agli attivisti contrari allo sviluppo del lusso in un quartiere povero.
2021 Apre Dumbo, ovvero un capannone. Viene chiamato oggi il centro sociale di Matteo Lepore. In questo capannone aperto con soldi pubblici si può ascoltare tranquillamente un concerto di Jennifer Lopez ma attenzione a farsi venire sete perchè altrimenti devi pagare l’acqua. Ripeto, devi pagare l’acqua. In altenativa ci sono dei simpatici drink, o meglio delle poltiglie colorate, a 9 euro l’uno. Non ti preoccupare, accettano anche carte di credito: mai esistito un capannone così comodo.
Non mi importa nulla delle elezioni, non mi importa nulla di chi votate, vi considero amici come il primo giorno che vi ho conosciuto. Sono molto triste, questo sì.
Abito da 24 anni nel quartiere Reno, un agglomerato urbano di tipo popolare costruito in seguito all’immigrazione dei meridionali nella periferia ovest di Bologna. Ora siamo meridionali, indiani, pakistani, cinesi, rumeni. Conviviamo bene e ci somigliamo un po’ tutti. Nel mio quartiere ci sono più compro oro che fermate del bus. Parliamoci chiaro, ne abbiamo parecchie di fermate di bus qui. Chi va a fare colazione nei nostri bar può assaggiare il cornetto inzuppato alle tonnellate di anidride carbonica della via Emilia. Ci sono parecchie slot machine. Mi ricordo che quando andavo in centro da piccolo mi chiedevo perchè lì mancassero, e mi sembravano un po’ sottosviluppati quelli di saragozza che non avevano neanche un posto in cui giocare ai cavalli. Ecco, da noi almeno si può scegliere, ci si può ammalare di gioco d’azzardo oppure di cancro per via delle polveri sottili. Ecco, secondo me Sartori è del quartiere Saragozza perchè a noi questa idea del frisbee, io ho provato a fare mente locale, non ci è mai venuta in mente. E’ per questo motivo che non posso sopportare il nostro futuro assessore alla cultura, ho un problema di circoscrizione.
A questo punto, governate, fate quello che volete. Ma non interessatevi più di noi, non interessatevi più di cultura, storia e società. Costruite questo benedetto campo da fresbee, costruite tutte le fiere del cibo che volete ma lasciateci in pace. Lasciate stare i poveri. Noi non sappiamo che farcene di voi e voi non sapete che farvene di noi.
Chiedo scusa se ho ferito qualcuno/a, sarà che oggi non mi sento molto super.

(dal profilo di Davide Blotta)

Per oggi può bastare così. Per chi non ne avesse abbastanza, un articolo su zero dal titolo “L’insostenibile leggerezza dell’eventificio Bologna”: un’altra questione urgente.

[ps. queste riflessioni frammentate sono dedicate a Jamil, il palestinese di al Salam di via 100300 che a fine settembre se n’è andato da questa terra, presumibilmente in un posto migliore; ricordo un paio di belle chiacchierate, in quei casi era sempre Gio che aizzava la conversazione. Mi rendo conto adesso del dono prezioso di quei momenti, che non torneranno, sperimento un’impotenza disarmante e mi consolo al pensiero d’una flebile manciata di ricordi belli. Arrivederci, signor Jamil venuto dalla Palestina]