Archive for the ‘Grammatiche’ Category

Un piano ci vuole

Wednesday, March 18th, 2026

Nota di partenza: Una storia personale. Dieci anni fa scoprivo una stanza di casa di mia nonna che giaceva inutilizzata, riempita di libri e di librerie, vecchi armadi con dentro vecchi vestiti, ciarpame, palta. Ho capito che avevo una possibilità, poteva essere uno studio musicale, un atelier, luogo di produzione creativa. Uno spiraglio, la maglia rotta nella rete di uno spazio che mi metteva in trappola, tutto intorno tutto altrove. Mi sono messo sotto per trovarci un ordine, un equilibrio interno, e in poco tempo era abitabile, era una tana, la mia. Il progetto iniziale prevedeva un’insonorizzazione del soffitto, impossibile quanto tanto pensata: ero convintissimo ce l’avrei fatta, e avrei fatto musica. Ho incollato qualche bugnato spugnoso alle pareti, ed è finita lì. Ci ho registrato canzoni, scritto due tesi, quasi per intero. Per anni, era l’ultima stanza di casa di nonna. Entravo, salutavo nonna e mi richiudevo nel mio studio. Doveva chiamarsi Officina, perché l’ho sempre pensato come spazio creativo e produttivo, fucina d’artemanufatti, e dal principio ho pensato il processo creativo come qualcosa d’affine all’artigianato, alla produzione concreta e singolare d’un qualcosa di tangibile: i pensieri sono forze, le idee hanno forma e sostanza, i sentimenti possono muovere il mondo. Era anche Oceano, però, perché ero aperto al mondo intero, a ogni tipo di influenza e contaminazione, non sapevo la direzione da prendere. Non ho fatto mai una targa ufficiale, perché le cose ufficiali fanno paura, sembra che debbano sembrare morte per essere veramente vere e ufficiali, e così mi tenevo l’idea in testa, senza dirla troppo in giro, per farla vivere ma senza esporsi granché.
Nonna è morta, la casa si è raffreddata. È passato il tempo, ci ho scritto un libro – il primo – che ha fatto il suo corso, come i fiumi. Parlava di amici e di futuro, del mondo che cambia e di tutto che invecchia. L’ho stampato, l’ho venduto in settanta copie una ad una, rincontrando amici che non vedevo da un bel po’. Il tempo è trascorso, ora quel libro è quasi vecchio, già parte di questa storia. E siamo all’oggi. È sabato sera, ci sono le birre, le parole si inceppano di fronte alle cose che vanno avanti per conto loro, come scritte da qualcun’altra anima. Non con grande convinzione, o meglio non completa, pubblico di seguito il piano editoriale per quest’anno che viene. A fine anno farò il bilancio editoriale, per vedere se e come è stato rispettato il piano per un anno di molte parole, apparentemente. Continuo a vederle come l’antidoto a un fluire dell’esperienza molto spesso soverchiante, totalitario. Consapevole della finitezza e dell’assoluta limitatezza della forma-mezzo parola, non so andare oltre a loro, vedermi al di là di questa linea fra il bianco e lo scritturato. Mia madre esattamente in questo momento entra in scena su un palcoscenico senza pretese, le linee editoriali della casa editrice senza bilancio sociale sono prese sulla riva del canale dietro casa, col vento che soffia da est e l’autostrada che ruggia come incavolata, incavillita, ostentante. Tutti vanno a busso chissaddove, ciascuno al posto proprio. La macchina ci mette tutti al nostro posto, questo è il fatto, e lo rispettiamo bene: un pesce fruscia nel canale, buon segno. Non so cos’altro dire, e dunque descrivo la scena per come avviene. Il caporedattore espone il piano, il presidente approva. L’amministratore delegato osserva e sorride lieve, l’editore sembra assorto in certi pensieri suoi, il procuratore fa dei calcoli sulla calcolatrice del telefono, scrive numeri su un foglio di calcolo. L’autore guarda la scena e pensa a quanta illusione calca la pagina, quale inganno sottende l’approdo del domani. Sa quello che farà, spera che ci sarà il sole. Tutti firmano un foglio che prevede potenziali incassi dal suo sfruttamento, ma gli va bene così: è nato per fare questo. Infine, firma anche lui. E così sia.

Piano editoriale duemilaventisei, Officina Oceano Produzioni Manoscritte
Un bicchiere di peanuts sempre mezzo pieno

Raccolta poetica per un amico novello sposo + EPisodico incontro (titolo provvisorio, disco musicale collettivo, musica per un matrimonio) + un libro per i bambini che saranno (regalo di nozze)

Storie di Idra, un regalo di compleanno. Maggiogiugno

Scavi sottopelle, Primavera

Saggi su interporto (Spaziointerporto: una prima tesi, Un questionario senza il dopo + Esplorazione sui bordi, Cento chilometri dentro un recinto, Quello che resta + Una storia dal futuro), Estate/autunno

La luna sulla discarica (una storia), Estate

La yoga e la droga, Autunno/inverno

Conversazioni con amici adulti prima che diventino vecchi, Autunno/inverno

Poesie da urlare nel traffico e altre storie d’umanità a motore, Inverno

Rielaborazione divulgativa di: Sul senso dello spazio, la bicicletta e l’automobile come strumenti di ricerca e di pratica geografica, Inverno

Fine.

Nota di conclusione: Quel che resta. Si tratta di un progetto molto ambizioso, nel suo complesso, scrivere è un fatto totale assorto e dedito, e forse è un programma eccessivo, ma chi scrive sa quanto l’eccesso sia parte costitutiva della sua natura. Dall’eccesso al collasso il passo è breve, e la notte chiama il sonno. Mi trovo addormentato, assorto in certi sogni di gloria che è meglio non dire a nessuno. Mi sveglio a mezzanotte che non c’è nessuno in giro: l’ho sognato? Vedo le parole, il programma, il contratto firmato sul tavolo. L’autore si è assopito e gli altri membri del comitato se ne sono andati, contenti di ciò che hanno ottenuto. Qualcuno soffrirà, pezzi di pelle e di membra salteranno al contatto con la pagina caustica, fiumi di inchiostro, foreste amazzoniche in fiamme, per produrre la carta che serve per questi libri. I sogni rifanno tutto nuovo, le manie danno la direzione al viaggio onirico che ci attende. Questo spazio è per me, per te, per noi: per le parole ancora in procinto di essere, per il silenzio rotto solo dalla tastiera che balletta sui tasti. Seguiranno aggiornamenti – tanti.

Otto consigli di Kurt Vonnegut

Monday, January 13th, 2025

Per scrivere un buon racconto (del 1999)

  1. Fate in modo che i vostri lettori non pensino di aver sprecato tempo per leggervi.
  2. Date al lettore almeno un personaggio per cui possa fare apertamente il tifo.
  3. Ogni personaggio che si rispetti deve volere qualcosa, fosse anche solo un bicchiere d’acqua.
  4. Ogni frase deve fare una di queste due cose: rivelare il carattere di un personaggio o far progredire l’azione.
  5. Iniziate la narrazione il più possibile vicino alla fine.
  6. Siate sadici. Non importa quanto siano dolci e innocenti i protagonisti del vostro racconto: fategli accadere cose terribili, in modo che il lettore possa vedere di che pasta sono fatti.
  7. Scrivete per piacere a un solo lettore. Se spalancate la finestra e vi mettete a fare l’amore con il mondo, per così dire, alla vostra storia verrà la polmonite.
  8. Date ai lettori più informazioni possibili, il più presto possibile. Al diavolo la suspense. I lettori devono avere una completa comprensione di ciò che accade, di come e di dove, al punto che dovrebbero essere in grado di terminare da soli la storia nel caso in cui gli scarafaggi si mangino le ultime pagine.

Decalogo di Quiroga

Monday, January 13th, 2025

Dieci consigli per scrivere un buon racconto.

  1. Credi nel maestro – Poe, Maupassant, Kipling, Cechov – come in Dio stesso;
  2. Pensa alla tua arte come a una vetta inaccessibile. Non sognare di dominarla. Quando potrai farlo, ci riuscirai, senza neanche accorgertene;
  3. Resisti quando puoi all’imitazione, ma imita, se l’influsso è troppo forte. Più di qualsiasi altra cosa, lo sviluppo della personalità è una scienza;
  4. Abbi cieca fede non nella tua capacità di trionfo, ma nell’ardore con cui lo desideri. Ama la tua arte come la tua ragazza, con tutto il cuore;
  5. Non iniziare a scrivere senza sapere fin dalla prima parola dove andrai a finire. In un racconto ben fatto, le prime tre righe hanno quasi la stessa importanza delle ultime tre;
  6. Una volta padrone delle parole, non ti preoccupare se siano consonanti o assonanti;
  7. Non aggettivare senza necessità. Inutili saranno tutti gli strascichi che tu aggiunga a un sostantivo debole. Se troverai quello preciso, esso, da solo, avrà un colore incomparabile. Ma bisogna trovarlo;
  8. Prendi i personaggi per mano e conducili con fermezza fino alla fine, senza badare ad altro che al cammino che gli hai tracciato. Non ti distrarre vedendo ciò che essi non possono o non sono interessati a vedere. Non abusare del lettore. Un racconto è un romanzo depurato di pleonasmi. Abbi questa verità per assoluta, quantunque non lo sia;
  9. Non scrivere sotto il dominio dell’emozione. Lasciala morire, e quindi evocala. Se sarai capace, allora, di riviverla come fu, sarai a metà strada del cammino dell’arte;
  10. Non pensare agli amici quando scrivi, né all’impressione che farà la tua storia. Racconta come se la narrazione non avesse interesse che per il circoscritto ambiente dei tuoi personaggi, uno dei quali avresti potuto essere tu. Non altrimenti si ottiene la vita nel racconto.

(1925, Oracio Quiroga – In Appendice a Bestiario, J. Cortazar)

sondaggio di facebook

Thursday, November 10th, 2022

questa mattina facebook propone questo sondaggio “a poche persone”, fra cui un suo iscritto decennale poco attivo, guardingo nel suo impiego del medium faccialibro che ritorna, ogni tanto, come da un vecchio amore passato ma mai sopito, un pensiero latente, qualche volta, che succede sempre qualcosa, è purtuttavia un’apparenza di costanti eventi in corso, cose che accadono nella vita reale sono preannunciate , ci vai se vuoi scoprire cosa c’è in giro – il mezzo d’una vita preselezionata e filtrata, preventivamente quanto regolarmente

ecco cosa chiede facebook nel suo sondaggio per pochi; le risposte non si riuscivano a copincollare; gli asterischi sono le stelle di facebook

Nel complesso, quanto ritieni soddisfacente la tua esperienza su Facebook? *

Se potessi decidere cosa migliorare su Facebook, cosa sceglieresti? *

Quanto è importante Facebook per rimanere in contatto con: *

Amici più stretti e familiari

Conoscenti

Celebrità e altri personaggi pubblici
Estremamente importanteMolto importantePiuttosto importantePoco importantePer niente importante

 

Cosa pensi del numero di amici che hai su Facebook? *

Che grado di controllo delle tue informazioni personali senti di avere su Facebook? *
Quanto è affidabile il funzionamento di Facebook (ad esempio assenza di errori, bug o ritardi)? *
Quanto è facile o difficile usare Facebook?
In generale, quanto è utile Facebook? *
In generale, quanto è divertente Facebook? *
n generale, quanto è degno di fiducia Facebook? *
Indica quanto sei d’accordo con la seguente affermazione: Facebook tiene ai suoi utenti. *
Indica quanto sei d’accordo con la seguente affermazione: Facebook è positivo per il mondo e i suoi abitanti. *
Quanto valore ti offre l’utilizzo di Facebook? *
Comunicaci qualsiasi commento aggiuntivo relativo alla tua esperienza su Facebook (facoltativo).
Comunicaci la tua opinione in merito a questo sondaggio (facoltativo).
Grazie!
Grazie per aver scelto di partecipare a questo sondaggio. La tua opinione ci aiuterà a migliorare Facebook.
—-
le domande si susseguono una in capo all’altra prima che si possa meditarle in una sequenza di senso: perchè mi vengono poste queste domande? quale logica vi è dietro? quale tipo di profilazione emerge dalla sequenza di risposte che esprimo? inviato

Grammatica demografica

Tuesday, September 28th, 2021

“La mia realtà mi elimina, non dite che è colpa mia”
Smart Cops, Realtà Cercami, 2012

“Ascoltando” la lezione di demografia sociale di giovedì mattina, registrata su Panopto e gentilmente resa fruibile dalla prof che, per far lezione, pendola ogni volta fra Milano e Bologna – e ritorno. Per leggere delle slides che introducono alla terminologia della materia. Senz’altro noiosa, indubbio, ma c’è qualcosa di più, o almeno – in qualche modo – pare trasparire qualcosa di altro. Ogni cosa è detta come non potesse essere altrimenti, e un filo sottile come lega la noia che suscita e l’accettazione della sua naturale ovvietà: le generalizzazioni frequenti, la tendenza ad assolutizzare, la lingua si schiaccia e s’appiattisce mostrandosi come al servizio dei dati. La voce dell’insegnante, estremizzando, pare poco più che il collante che unisce i puntini incolonnati che puntellano ciascuna slide, ché del resto legge le parole già dette, già scritte sulla slide. Non c’è sorpresa, non c’è veramente qualcosa di più, qualcosa in più.

Tante questioni corollarie possibili contornano questa frequenza a-sincrona e forzosa che il piano di studi impone anche a chi, potesse, non sarebbe qui [ma poi, qui dove?]. Ritorneranno…

La graduale scomparsa dei tempi (congiuntivo, passato semplice, imperfetto, forme composte del futuro, partecipa passato…) dà luogo a un pensiero al presente, limitato al momento, incapace di proiezioni nel tempo.
La generalizzazione del tu, la scomparsa delle maiuscole e della punteggiatura sono altrettanti colpi mortali portati alla sottigliezza dell’espressione.
Cancellare la parola ′′ signorina ′′ non solo è rinunciare all’estetica di una parola, ma anche promuovere l’idea che tra una bambina e una donna non c’è nulla.
Meno parole e meno verbi coniugati sono meno capacità di esprimere le emozioni e meno possibilità di elaborare un pensiero.
Studi hanno dimostrato che parte della violenza nella sfera pubblica e privata deriva direttamente dall’incapacità di mettere parole sulle emozioni.
Senza parole per costruire un ragionamento, il pensiero complesso caro a Edgar Morin è ostacolato, reso impossibile.
Più povero è il linguaggio, meno esiste il pensiero.
La storia è ricca di esempi e gli scritti sono molti di Georges Orwell in 1984 a Ray Bradbury in Fahrenheit 451 che hanno raccontato come le dittature di ogni obedienza ostacolassero il pensiero riducendo e torcendo il numero e il significato delle parole .
Non c’è pensiero critico senza pensiero. E non c’è pensiero senza parole.
Come costruire un pensiero ipotetico-deduttivo senza avere il controllo del condizionale? Come prendere in considerazione il futuro senza coniugare il futuro? Come comprendere una temporanea, un susseguirsi di elementi nel tempo, siano essi passati o futuri, nonché la loro durata relativa, senza una lingua che distingua tra ciò che sarebbe potuto essere, ciò che è stato, ciò che è, cosa potrebbe accadere, e cosa sarà dopo che ciò che potrebbe accadere? Se un grido di raduno dovesse farsi sentire oggi, sarebbe quello rivolto a genitori e insegnanti: fate parlare, leggere e scrivere i vostri figli, i vostri studenti, i vostri studenti. Insegna e pratica la lingua nelle sue forme più svariate, anche se sembra complicata, soprattutto se complicata. Perché in questo sforzo c’è la libertà. Coloro che spiegano a lungo che bisogna semplificare l’ortografia, scontare la lingua dei suoi ′′ difetti “, abolire generi, tempi, sfumature, tutto ciò che crea complessità sono i becchini della mente umana. Non c’è libertà senza requisiti. Non c’è bellezza senza il pensiero della bellezza “.

(C. Cleave, trovata per caso, in giro sul web)