Archive for the ‘Diarie’ Category

Oggi ho visto un lupo

Wednesday, April 8th, 2026

Oggi ho visto un lupo. L’ho visto davvero, era grande, sporco, bello. Un esemplare bello grande, un maschio solo.

Il lupo

Ma andiamo con ordine, spieghiamo le cose nel modo più adatto a questo fatto. Innanzitutto dove: nella campagna che abito, la pianura in cui vivo da quando sono nato. Dominano qui come altrove segni tipici del paesaggio padano postindustriale, strade ad alto scorrimento solcate di automobili che corrono impazzite, aree industriali che fanno il cielo calcareo, echi di sirene di stoccaggi automatici, rombi di mezzi in movimento, umanità schiacciate agli angoli del quadro. E pure, la campagna persiste indomita, campi di grano a fianco ad altri di erbaspagna, il verde dell’inizio primavera che si alterna al marrone della terra nuda, la strada finisce i campi cominciano, e si distendono sulla linea dell’orizzonte come il nastro della memoria si sovrappone al presente dello sguardo di ciò che ci sta davanti, tutto quello che sta oltre il mio spazio di adesso. La campagna, dunque. È qui che ci siamo incontrati, lupo ed io. Nella campagna bolognese, io che sul mio pulmino adempivo ai miei compiti di serviziocivile, lui che ha scelto quel momento per saltarmi davanti al furgone, spiccare un balzo da un campo all’altro e proseguire a saltelli, tipo. Un animale imperioso, lungo ben più di un metro, grigiomarronfulvo, non so dirne il colore in un concetto compiuto. Ha spiccato questo salto proprio prima che passassi, l’ho visto bene, ha scelto di mostrarsi, in qualche modo. È la cosa che più mi colpisce dell’intera faccenda. Che abbia deciso di mostrarsi a me, in quel momento d’apparente niente di particolare, oramai il consueto giro a recuperare gli abitanti della Capanna che di giorno stanno in giro per Bologna non è più un evento che mi colpisce particolarmente, ed anzi, il traffico gli sbatti gli orari è più un pensiero da sgravare, che un’esperienza da vivere giorno dopo giorno. Oggi c’era S., come nuovo, anche se lui c’è stato diversi anni fa, poi si erano lasciati male. Vivere in quindici venti uomini è bello peso, cinque stanze ha la casa, per contenere fino a una ventina di persone, o quasi. Comunque, non c’entra se non che ero lì per quello, per il mio Scu, e dunque dopo il primo giro avendone caricati otto, sono tornato indietro ho fatto manovra mi sono girato ho passato il confine di casa ed eccolo lì che mi salta davanti, io inchiodo e lo guardo stralunato, ci metto un pochino a rendermi conto di cosa ho visto, un lupo vero davanti a me che corre saltando. Che si fa vedere a me. Conservo quest’occasione come un’opportunità di crescita della consapevolezza. Di cosa? Non so dire di preciso. Di quanto condividiamo lo stesso spazio, di quanto siamo vicini. Di quanto siamo imprendibili, forse, inconciliabili come specie, e dunque destinati a non incontrarci, se non in occasioni come questa di oggi. Che pure accadono, ed è straordinario che sia così. Un lupo che taglia un campo di corsa saltando alle sei di sera è una cosa che non si può dimenticare facilmente.

Fascinazioni ispirazioni del rapporto uomolupo

Balto

Il libro della giungla di Kypling

L’occhio del lupo di non so chi – Pennac?

Balla coi lupi – film che non ho visto

Lupo Alberto, le massime

La felicità del lupo, Paolo Cognetti

Attenti al lupo, Lucio Dalla

[uno spazio per quelli che stasera non mi vengono in mente

ma verranno]

Sull’ultima volta delle ultime volte. Chiudere un cerchio – Due di Enrico Brizzi (Harper Collins, 2024)

Saturday, April 4th, 2026

Chi scrive sa che mente. È normale, non c’è alternativa a questo fatto: scrivere è mentire, non c’è niente da dire.

Fa freddo, se sei fuori e sei vestito male, solo vestiti leggeri, che fino a poco fa c’era il sole e metteva tutto a posto lui, o lei non so, e comunque il maglioncino bastava, eccome. Quando se ne va il sole è tutto diverso. Solo gli aerei continuano a partire sopra la tua testa, a quelli non manca il carburante per andarsene chissaddove chissà. Guardi le ultime luci della sera, il cielo che si fa scuro mano a mano e ti dice che sono le otto passate, ogni attimo passa e il tempo con lui, che tu lo voglia o no. Siedi sereno, nulla potrebbe turbarti, a questo punto disteso fra i fumi e i barlumi del vino inebriante, ultima bottiglia della cantina presso cui hai prestato servizio, con tanto di contratto e contributi versati. Nulla può turbarti, solo il freddo ti inquieta. Presto ti alzerai e muoverai qualche passo, per andare dove chissà, sempre nel circondario di questo paesello di campagna che non è neanche un comune, no, e che in fin dei conti non ha quasi nulla da dire, al mondo agli altri o a sé stesso, quasi nulla davvero. Ritrovarsi fa male ogni volta, fa rendere conto della sperdutezza, del profondo della provincia in cui si sta versati e non c’è verso di uscirne, non c’è modo né interesse. Siamo nella provincia speranza sperduta. Camminerai su strade già camminate e conosciute. Non c’è via di fuga, non ci pensare, sei più tranquillo. Non ce n’è bisogno. Quel bicchiere ti chiama mentre un aereo passa e va a Varsavia. Dopo cosa c’è, gli chiedi tu. Ti dice non lo sai, c’è il mondo. Gli dici che non sai se è così, forse c’è il baratro. Il freddo è sottile e sale poco a poco. Agamennone cedeva dopo ben di più che questo, ricorda mister Omero in panchina. Certo che sì. E a bicchieri come andava, il vecchio Agamennone? È in questa circostanza che presento la mia recensione a questo libro, iniziata qualche giorno fa e conclusa oggi. Sempre allegri

Chiudere un cerchio – Due di Enrico Brizzi (Harper Collins, 2024)

Uno. Dopo poco più di mezzo libro

Stamattina sono stato a Castiglione dei Pepoli ad accompagnare Namir a fare i raggi ai piedi, perché il chirurgo che deve operarlo glieli ha prescritti d’urgenza. Abbiamo fatto l’autostrada e c’erano banchi di neve per terra, le pareti alberate chiazzate a spruzzi della bianca caduta in questi ultimi giorni di freddo. Oggi però c’era un sole e un cielo limpido che metteva allegria. Sulla strada del ritorno l’ho portato in biblioteca, forse era la prima volta che metteva piede in una biblioteca, non ho indagato più di tanto, non mi sembrava troppo importante. Gli ho detto: questa è la casa dei libri, li prendi gratis, in prestito. Gli parlavo come a un bambino. Un bambino uomo marocchino di quasi sessant’anni che non sa leggere, o comunque certo non in italiano, che ha letto pochi pochi libri nella sua vita. Comunque, per l’appunto, l’ho portato in biblioteca dove ho preso Due di Enrico Brizzi, il seguito di Jack frusciante è uscito dal gruppo, pubblicato per la prima volta – credo – nel 1994 e che fu un caso editoriale nonché un esordio folgorante: non mi interessa parlarne qui. O meglio: dico solo quello che mi interessa dire. È meglio per tutti.E allora, innanzitutto. Ho letto Jack frusciante che avevo (già) finito le superiori, anche se la storia è quella di un diciassettenne in crisi d’amore dopo che la storia della sua vita è cominciata e finita nell’arco di una primavera. Lei parte per l’America, lui si strugge. L’avevo letto a vent’anni, forse meno, l’avevo trovato parte di me, pezzi che rivedevo e che se n’erano andati, passaggi che avevo attraversato, la fine della prima volta, l’emblema della fine della scuola, tutto quello che c’è dopo. Non l’avevo letto a diciassette anni, ma li avevo ancora in corpo. Mi era piaciuto molto, l’avevo consigliato a P., amico di Saragozza, lui l’aveva letto e mi aveva detto: ci sta, non mi ha fatto impazzire, ho apprezzato molto i pezzi sulla bici. Una parte di me era scandalizzata, perché era tutto così vero, per me, quel libro, che vederlo ridotto a un libro come un altro non mi andava giù. L’ho riletto, più volte, talvolta a pezzi, altre volte al computer, altri pezzi. È un libro che funziona, che va al sodo, che non ci gira intorno, come si suole dire. Al contrario, Due gira parecchio intorno alle cose, alle storie, le allunga e le dilata al punto che te ne accorgi, anche tu che cerchi in quel libro parti di quello che eri quando hai letto il primo la prima volta, te ne accorgi e ti dispiace, perché lo vedi, che ci gira intorno, e pure vedi che anche tu hai preso a farlo, non dici più subito quello che vuoi dire – che poi, magari quello che vuoi dire magari spesso neanche lo sai, e questo ora come allora – ma fai lunghi giri di parole vuote, voli pindarici a precipizio sul niente, cose così. Forse è un pericolo sempre in agguato, forse Jack frusciante era l’eccezione alla regola, che potrebbe essere: girarci intorno come prassi. È più lungo del primo, Due, e talvolta sembra proprio che il brodo allungato sia il presupposto del creato. Ci ha messo tanti anni a scriverlo, o comunque a decidere di scriverlo. Forse è il peso di quei dubbi, quell’ansia di doversi spiegare che sempre corre il rischio di fottere l’autore, di condannarlo ad essere semplicemente uno che spiega le cose, perché ansioso di non essere capito.

Due. La fine meno venti pagine

Mi appunto: Spiegare il personaggio di Alex più del dovuto. Perché? Perché è il protagonista della storia, l’alterego dell’autore; perché in quell’anno americano lui è casa e fa diciott’anni e scrive quella storia, la loro storia impossibile che si fa linfa della storia del libro, e passa quella primavera a scrivere quel libro, e il proseguo della storia – la trama di Due – racconta allora della scrittura del primo, di Jack frusciante, dell’annodomini novantatré sebbene la trama del primo risalga all’anno precedente, in un gioco di specchi che è la realtà dell’autore, la sua giovinezza imperante di allora, i sobbalzi emotivi la seconda occasione che è la scrittura (riprendendo le parole di Delillo) e tutto quello che avrà seguito alla scrittura e alla pubblicazione di quel libro. Le fughe francesi e le divagazioni del personaggio, convogliate in Bastogne, e poi quella pace rassegnata che è la fine del carnevale dei regaz di AndreaCosta raccontato in Tre ragazzi immaginari, mi pare si chiami così. E così vanno gli anni novanta del Brizzi, con il sottoscritto che si trova a leggere questi libri, quasi per caso, che i venti del nuovo millennio già fanno presa da un po’. Non so perché, ho letto questi libri, questo bolognese richiamo che non so spiegare. La mia storia s’imbrizzisce quando il fratello da latte della saga frusciantiana si scopre essere il prof che tiene la seconda metà del corso di storia contemporanea, il primo trasmutato dal fisico al virtuale nei mesi primaprimaverili del duemilaventi passato. Il suo pezzo d’esame – online – è quello che mi ha alzato da ventinove a trenta, e come pensarlo un cattivo insegnante? Ci parlava di Mussolini con molta verve, ora ha fatto carriera, dirige un corso di laurea su giornalismo e gioco del calcio.

Ecco qual era la differenza fra i ragazzi e gli adulti. I primi non potevano ancora sapere chi sarebbero diventati, ma nei grandi continuava a vivere qualcosa del passato (278)

Ci sono momenti che non tornano, amica mia, ed è la loro bellezza. Non abbiamo il diritto di rovinarli solo perché siamo arrabbiati o impauriti (283).

Tre. Finito, dopo qualche giorno

L’happy ending senza storia è compiuto. Lei torna, si rincontrano ed è la fine del romanzo. Gli occhi si incontrano, si vedono e si leggono: tutto quello che non si erano potuti dire si può vedere leggere scritto in faccia. Lei torna e lui torna ad essere felice, dopo una cornice d’anno metanarrativa che ripercorre le gesta del precedente Alex D., in quell’anno preannunciato e particolarmente funesto. Che dire, insomma, infine? C’è da esprimere un giudizio? Giammai. Un parere? Chissà. Perché l’ho letto, cosa ci ho trovato? Ciò di cui avevo bisogno, forse. E sono stato accontentato. Ho avuto quel che volevo, non si può che dire. Questo è il limite a cui era condannato il libro, e questa è la pena che ha scontato. Il tempo del romanzo si prolunga e si dilunga ma la storia latita, perché è storia di un’attesa. Cerca di farti aspettare insieme a lui, il Brizzi, e ci riesce, tutto sommato. Ti inganna con quei retropensieri tipici suoi, qualche marchettata al passato, evergreen della sua scrittura posttondelliana. Comunque sia, per me è il libro giusto, per essere concreto e sintetico. È il libro giusto perché rispecchia le premesse e ritorna con le precisazioni che servono, tralasciando le cose inutili. Cerca di portarsi dietro il fardello di trame del primo libro, non so dire se ci riesce. Non so cosa pensi Brizzi di questo libro, se l’abbia dichiarato. Se lo ha pubblicato si vede che era convinto. E così sia. Due è il seguito e la fine di Jack Frusciante è uscito dal gruppo, trent’anni dopo. Si chiude una fase, un’era, e Brizzi ci condanna a un lietofine in cui non credeva più nessuno, ed era la forza del primo libro. Eppure, ecco qui l’ipocrisia borghese. Ma non c’è da farne un problema: è il naturale corso delle cose. Condannati a un epilogo da nozze e villetta a schiera sui colli che era la premonizione delle prime pagine del primo libro, l’auto ibrida e quella elettrica e lo studio in centro, i viaggi di lavoro, le feste in famiglia da organizzare al meglio. E vabbè, viene da dire alla fine. Arrivederci e grazie. Un giorno li leggerò in sequenza e scriverò la recensione parte due di questa, due di due. E così sia. Buonanotte ai sognatori, e buona pasqua.

Lo dicono lunedì

Wednesday, March 18th, 2026

L’ultimo lunedì di inverno, dice il calendario. E purlostesso, il primo giorno di un’altra settimana. Il programma dice: Saturare questa voglia di evadere, evadere anche lei. Dirsi che è un’altra ultima volta, e brindare alla sua insalubre salute, nonostante tutto. Viverla ogni volta come l’ultima, con una passione irrisolta perché morbosa e finale, e terminale insieme. Ogni sera come fosse l’ultima. Ogni birra come fosse l’ultima, Ogni canna come fosse l’ultima. Chi mi conosce sa che quando parlo di me è solo perché non ho nient’altro da dire. Risemantizzare, mi coccolo in bocca questa parola. Dare nuovi significati, trovarli, crederci. Ingollare birra fredda pensando che domani non ce ne sarà più. Prendere un paio di forbici e il portafoglio: tagliare in quattro pezzi il bancomat. Scappare dalla dittatura della carta magnetica che fa da lasciapassare per ogni fuga. Fuggire la fuga. Fugarla. Vedere un culo perfetto e pensare che è solo questo, un culo perfetto, e niente più. Un grande fardello, grande quanto perfetto. Una manna sul capo, il peso della consapevolezza che il volto non sarà mai a quell’altezza siderale. La consapevolezza che nessun esercito di culi perfetti salverà questo mondo fottuto.
Saturare gli spazi, i tempi: ridare voce ai luoghi. Viverli in silenzio, senza pensieri né droga. Togliere valore allo svago, ridare dignità all’ozio. Provare a non fare tardi, provare a fare presto. Alzarsi all’alba, camminare nel primo mattino con le luci fioche, la nebbia sui campi, la brina. Ascoltare la propria stanchezza, coltivare il corpo come un orto. Ascoltare il dolore fra le scapole, chiedergli come ti ho fatto male, come posso aiutarti. Toccare lieve questo gonfiore addominale, parlarci, essere gentile. Questi liquidi frizzanti, quest’aria compromessa, viziata: mi hai gonfiato come un palloncino. Sgonfiarsi, fare fuori l’aria da palloni gonfiati, boriosi, iniqui. Coltivarsi semplici nello sguardo, essere pazienti e devoti alla semplicità dello spirito, esser grati del rapporto, lieti nel rapporto.
Il bicchiere di acciaio e la birra fredda che scalda le giunture del corpo, accoccola i sensi e il cervello, che si distende nell’idea di esser a fine corsa, dopo la giornata, a due passi da casa, in quell’ora che è senza impegni, quel tempo libero dalle fatiche del giorno, la sera. Cani che abbaiano e ringhiere che cigolano, suono di passi donna con cane. Si avvicina poi si allontana e sembra andarsene.

Esigenza di risemantizzare:
L’anticipo e il posticipo
La partecipazione elettorale
L’abbaiare dei cani in coro a Montecitorio
I parchi pubblici e i giardini incantati
I voli degli uccelli nel vento della sera
L’importanza del benessere del corpo nella vita politica del paese
La questione della cittadinanza
Il prezzo politico allo schimico notturno
La solitudine come condizione indotta
Le transazioni elettroniche
Le scariche di dopamina provocate dalle notifiche su instagram
Le pubblicità di temu
Riascoltare musica vecchia di dieci e passa anni fa mentre si va a lavorare in macchina
Trovarsi adulti e non sapere a chi chiedere né a chi rendere conto
Gli impegni di lavoro fuori da lavoro
L’insegnamento come concezione educativa nel mondo odierno
Il ruolo sociale delle bugie
L’egemonia culturale dei social
La parentela
L’accelerazione nella vita individuale
Luis Sal e Toni Pitoni a Sanremo
La birra a stomaco vuoto
L’evasione di lunedì
Tutto quello che non faremo mai
Custodire i segreti
La fioritura degli alberi pubblici
Sentirsi in pace nella propria schiavitù (che i moderati democratici chiamano sudditanza o ancor meglio cittadinanza)
La schiuma nel bicchiere freddo
Sentirsi in pace col proprio corpo
Il rombo dei motori degli aerei come presupposto di inizio dello scatenamento di un inenarrabile scansionamento di eventi

Camminare sul corso degli argini dei fiumi
Avere sedici anni o ventisette o cinquanta
Portare fuori il cane alle tre e mezza di notte e beccare un fuso in bici che torna a casa dopo una serata agli orti di via erbosa con certi suoi amici delle superiori
L’ululare dei cani nella notte chiusi nei garage del benestante mondo progressista
Le mani fredde del tempo fuori
I colloqui coi genitori cancellati dai genitori
La scuola pubblica
I mezzi pubblici
La democrazia
I pomeriggi chiusi in casa
Il salario di base universale
Le liste di cose senza senso
Sentire tutto ma non sapere cosa fare
I cannoni a fine giornata
Il dubbio se chiamare il pusher o meno, la sensazione che meno sia meglio
Tutte le province del mondo
I posti dimenticati in cui comunque qualcuno ci vive e magari crea senso
Tutto quello che non ha senso e purlostesso vive vegeta impera
Lo sputo represso in ragione del passaggio di una macchina
La contemporaneità della saturazione
Le ragazze greche ad Atene
Vivere in un altro posto e non sapere più dove si vuole vivere
Rimanere senza casa per la vita, girare per dormitori, case di accoglienza, rifugi
La primavera con il male alla schiena e dover lo stesso lavorare ogni giorno
La coda in tangenziale
Il vicino a spasso col cane stanotte
Le poesie senza rime
Farsi una botta al culmine della ripresa
Quel culo oggi pomeriggio che davvero era l’unica cosa da riprendere perennemente
Il cibo in eccesso nel processo di produzione
Gleison Tayson che ti prende per il culo
Il rumore del traffico chissaddove
Ubriacarsi senza sensi di colpa se si può
L’eco di un rutto nel quartiere caseggiato
Il sapore del bosco solo accennato
Dirsi ti amo con la paura della bugia
I libri scrivono le cose o le le fanno

Più o meno queste cose, a pelle. Questo blog è il porto di tutto ciò, e di più. Tornerà in vigore: un clic. Bip. Beppe. Beep. Il villeggiato che mormora all’intruso. Sfogarsi su questo blog, che è nato per questo. Sforare qui, in sostanza, e non altrove. È una parola. Serve la pratica: lo yoga. La non pratica della droga. Mi chiedo se sono pronto, mentre assumo la detta di punto. Il parchetto è un luogo parecchio incentivante, penso. Il cervello è in un lago. Mi sento come un ago alla gola, e pure è solo lo spigolo di una canna. La cena, una focaccia allo stracchino, esito della provvidenza odierna nostrana. Meno male che nessuno o quasi sa di questo blog. Comunque sia, non so cosa mi tiene in piedi, sinceramente. Il corpo sa che è quasi ora di nanna, questo certo. Eppure persiste, è saldo nel suo stare. Incassa la birra in gola come un pugile al tappeto i pugni del suo competitor, che lo saccagna come un dannato per assicurarsi la vittoria iridata. Eppure sto stronzo non sta ancora a terra, eppure incassa i colpi sulla difensiva come un pippotto davanti a Maictaison. Prende pugni senza darne, perché ha paura di fare male, tutto ad un tratto.
C’è un prof che va a scuola, una scuola di provincia, un istituto tecnico professionale come un altro sulla faccia della terra. Il preside è un po’ un babbo, lui subentra ad anno in corso, non dico la materia per privacy, diciamo così. Si trova lì, a regger baracca e burattini ad anno in corso, a fare il suo gioco, a cercare attenzioni distratte dal telefono. Che storia è? Una qualsiasi. Di colpo si trova a fare il prof. Finisce il virtuale, è una roba bella. Notte!

Un piano ci vuole

Wednesday, March 18th, 2026

Nota di partenza: Una storia personale. Dieci anni fa scoprivo una stanza di casa di mia nonna che giaceva inutilizzata, riempita di libri e di librerie, vecchi armadi con dentro vecchi vestiti, ciarpame, palta. Ho capito che avevo una possibilità, poteva essere uno studio musicale, un atelier, luogo di produzione creativa. Uno spiraglio, la maglia rotta nella rete di uno spazio che mi metteva in trappola, tutto intorno tutto altrove. Mi sono messo sotto per trovarci un ordine, un equilibrio interno, e in poco tempo era abitabile, era una tana, la mia. Il progetto iniziale prevedeva un’insonorizzazione del soffitto, impossibile quanto tanto pensata: ero convintissimo ce l’avrei fatta, e avrei fatto musica. Ho incollato qualche bugnato spugnoso alle pareti, ed è finita lì. Ci ho registrato canzoni, scritto due tesi, quasi per intero. Per anni, era l’ultima stanza di casa di nonna. Entravo, salutavo nonna e mi richiudevo nel mio studio. Doveva chiamarsi Officina, perché l’ho sempre pensato come spazio creativo e produttivo, fucina d’artemanufatti, e dal principio ho pensato il processo creativo come qualcosa d’affine all’artigianato, alla produzione concreta e singolare d’un qualcosa di tangibile: i pensieri sono forze, le idee hanno forma e sostanza, i sentimenti possono muovere il mondo. Era anche Oceano, però, perché ero aperto al mondo intero, a ogni tipo di influenza e contaminazione, non sapevo la direzione da prendere. Non ho fatto mai una targa ufficiale, perché le cose ufficiali fanno paura, sembra che debbano sembrare morte per essere veramente vere e ufficiali, e così mi tenevo l’idea in testa, senza dirla troppo in giro, per farla vivere ma senza esporsi granché.
Nonna è morta, la casa si è raffreddata. È passato il tempo, ci ho scritto un libro – il primo – che ha fatto il suo corso, come i fiumi. Parlava di amici e di futuro, del mondo che cambia e di tutto che invecchia. L’ho stampato, l’ho venduto in settanta copie una ad una, rincontrando amici che non vedevo da un bel po’. Il tempo è trascorso, ora quel libro è quasi vecchio, già parte di questa storia. E siamo all’oggi. È sabato sera, ci sono le birre, le parole si inceppano di fronte alle cose che vanno avanti per conto loro, come scritte da qualcun’altra anima. Non con grande convinzione, o meglio non completa, pubblico di seguito il piano editoriale per quest’anno che viene. A fine anno farò il bilancio editoriale, per vedere se e come è stato rispettato il piano per un anno di molte parole, apparentemente. Continuo a vederle come l’antidoto a un fluire dell’esperienza molto spesso soverchiante, totalitario. Consapevole della finitezza e dell’assoluta limitatezza della forma-mezzo parola, non so andare oltre a loro, vedermi al di là di questa linea fra il bianco e lo scritturato. Mia madre esattamente in questo momento entra in scena su un palcoscenico senza pretese, le linee editoriali della casa editrice senza bilancio sociale sono prese sulla riva del canale dietro casa, col vento che soffia da est e l’autostrada che ruggia come incavolata, incavillita, ostentante. Tutti vanno a busso chissaddove, ciascuno al posto proprio. La macchina ci mette tutti al nostro posto, questo è il fatto, e lo rispettiamo bene: un pesce fruscia nel canale, buon segno. Non so cos’altro dire, e dunque descrivo la scena per come avviene. Il caporedattore espone il piano, il presidente approva. L’amministratore delegato osserva e sorride lieve, l’editore sembra assorto in certi pensieri suoi, il procuratore fa dei calcoli sulla calcolatrice del telefono, scrive numeri su un foglio di calcolo. L’autore guarda la scena e pensa a quanta illusione calca la pagina, quale inganno sottende l’approdo del domani. Sa quello che farà, spera che ci sarà il sole. Tutti firmano un foglio che prevede potenziali incassi dal suo sfruttamento, ma gli va bene così: è nato per fare questo. Infine, firma anche lui. E così sia.

Piano editoriale duemilaventisei, Officina Oceano Produzioni Manoscritte
Un bicchiere di peanuts sempre mezzo pieno

Raccolta poetica per un amico novello sposo + EPisodico incontro (titolo provvisorio, disco musicale collettivo, musica per un matrimonio) + un libro per i bambini che saranno (regalo di nozze)

Storie di Idra, un regalo di compleanno. Maggiogiugno

Scavi sottopelle, Primavera

Saggi su interporto (Spaziointerporto: una prima tesi, Un questionario senza il dopo + Esplorazione sui bordi, Cento chilometri dentro un recinto, Quello che resta + Una storia dal futuro), Estate/autunno

La luna sulla discarica (una storia), Estate

La yoga e la droga, Autunno/inverno

Conversazioni con amici adulti prima che diventino vecchi, Autunno/inverno

Poesie da urlare nel traffico e altre storie d’umanità a motore, Inverno

Rielaborazione divulgativa di: Sul senso dello spazio, la bicicletta e l’automobile come strumenti di ricerca e di pratica geografica, Inverno

Fine.

Nota di conclusione: Quel che resta. Si tratta di un progetto molto ambizioso, nel suo complesso, scrivere è un fatto totale assorto e dedito, e forse è un programma eccessivo, ma chi scrive sa quanto l’eccesso sia parte costitutiva della sua natura. Dall’eccesso al collasso il passo è breve, e la notte chiama il sonno. Mi trovo addormentato, assorto in certi sogni di gloria che è meglio non dire a nessuno. Mi sveglio a mezzanotte che non c’è nessuno in giro: l’ho sognato? Vedo le parole, il programma, il contratto firmato sul tavolo. L’autore si è assopito e gli altri membri del comitato se ne sono andati, contenti di ciò che hanno ottenuto. Qualcuno soffrirà, pezzi di pelle e di membra salteranno al contatto con la pagina caustica, fiumi di inchiostro, foreste amazzoniche in fiamme, per produrre la carta che serve per questi libri. I sogni rifanno tutto nuovo, le manie danno la direzione al viaggio onirico che ci attende. Questo spazio è per me, per te, per noi: per le parole ancora in procinto di essere, per il silenzio rotto solo dalla tastiera che balletta sui tasti. Seguiranno aggiornamenti – tanti.

Aldilà delle previsioni

Tuesday, April 1st, 2025

Il sole si fa nel vento, l’aria fluttua senza posa e porta respiri di genti lontane fino qui, dove tutto è immoto e placido, sereno ma non silente. Disteso ma non posato, non del tutto. Acciacchi vari lungo tutto l’arco corpolino. Giorni e giorni di cieli incerti, farsi dire dal proprio dispositivo [e fra le righe, che cos’è oggi questo dispositivo per noi? cosa rappresenta, cos’è di noi? domande giganti e trasversali] se sarà bello o sarà brutto, e se sarà abbastanza brutto starsene di per sè, soli e rintanati rannicchiati da qualche parte che è il nostro covo, il nostro lido. Marzo di meteo ballerino, un mese che è tornato e ancora non ho visto mio cugino. Spolpo la gola di rantoli sordi. Pura sopravvivenza, parvenza del momento.

Spunta il sole dalla coltre e leggo questo breve intervento d’una voce dello scorso otto marzo, allegoria della politica. Così recita, per intero: Siamo tutti all’inferno, ma alcuni sembrano pensare che non ci sia qui altro da fare che studiare e descrivere minuziosamente i diavoli, il loro orrido aspetto, i loro feroci comportamenti, le loro infide trame. Forse si illudono in questo modo di poter scampare all’inferno e non si rendono conto che ciò che li occupa interamente non è che la peggiore delle pene che i diavoli hanno escogitato per tormentarli. Come il contadino della parabola kafkiana, essi non fanno che contare le pulci sul bavero del guardiano. Va da sé che nemmeno sono nel giusto coloro che all’inferno passano invece il loro tempo a descrivere gli angeli del paradiso – anche questa è una pena, in apparenza meno crudele, ma non meno odiosa dell’altra.
La vera politica sta tra queste due pene. Essa comincia innanzitutto col sapere dove ci troviamo e che non ci è dato sfuggire così facilmente alla macchina infernale che ci circonda. Dei demoni e degli angeli sappiamo quello che c’è da sapere, ma sappiamo anche che è con una fallace immaginazione del paradiso che è stato costruito l’inferno e che a ogni consolidamento delle mura dell’Eden fa riscontro un approfondimento dell’abisso della Gehenna. Del bene conosciamo poco e non è un tema che possiamo approfondire; del male sappiamo soltanto che siamo stati noi stessi a costruire la macchina infernale con cui ci tormentiamo. Forse una scienza del bene e del male non è mai esistita e comunque qui e ora non c’interessa. La vera conoscenza non è una scienza – è, piuttosto, un via di uscita. Ed è possibile che questa coincida oggi con una tenace, lucida, svelta resistenza sul posto.

Fine dell’intervento, mi dà i pensieri all’alticcio. Praticare resistenza, immaginarla.

Seconda scrittura

Monday, January 13th, 2025

Qualche tempo fa mi ero messo in testa di scrivere un racconto lungo, se non proprio un romanzo – certo, non proprio un romanzo, insomma non ne avevo mai scritto uno e partire subito così, col botto, mi sembrava un fatto un po’ avventato, comunque sia mi son detto scrivo un racconto lungo per i miei compagni dell’università, e così alcuni mesi dopo ho fatto. La gestazione è durata abbastanza, poi lo scorso settembre mi sono imposto di mettermi a testa bassa per darci dentro per chiuderlo, perchè mi rendono inquieto le porte che rimangono socchiuse, le cose da fare che rimangono lì, in sospeso. E così ho fatto: l’ho scritto. L’ho scritto.

Prima di tutto, o meglio oltre a tutto, nonostante tutto, questo sito è uno spazio di riflessione sulla scrittura, uno sguardo di parole su quella cosa che è la scrittura. Come avviene, come s’inceppa. Cosa funziona, cosa è più facile e cosa è più complesso, cosa riesce e cosa no. Lo scorso settembre è stato un flusso, e a metà ottobre ero giunto alla fine della prima mano. Ero contento e sfinito. Avevo detto buona parte delle cose che volevo, strizzando duecento volte l’occhiolino a ciascuno dei miei – tre – amici. Sì, è vero, non si fa. Ma l’ho fatto, e del resto voleva fin dal principio questo testo esser una sorta di album fotografico di momenti divertenti avvenuti pressappoco realmente che ritrovassero posto in un racconto nuovo, diverso, una storia differente avvenuta nientemeno che nel futuro. Eh sì, perchè è un racconto ambientato nel 2071. Per arrivarci ho fatto il giro più breve, ma comunque mi sono sentito in dovere di scrivere la storia da oggi ad allora, gli eventi più significativi a livello geopolitico che sono avvenuti nel corso degli anni (siamo geografi, del resto) ecc ecc.

L’ho fatto, l’ho scritto. Non dico niente, forse un giorno lo pubblicherò a puntate qui, perchè no. Forse per salvare la sanità di chi non legge, o per non monopolizzare il tutto. Fatto sta che poi l’ho stampato in modo grezzo, ed ora mi tocca rimetterci le mani – la seconda mano – per poi serenamente dirmi contento e concluso, soddisfatto o meno poco importa. Oggi è il dodici febbraio, ho circa un mese di tempo per farlo. Non mi va molto, so che sarà faticoso. Mi chiedo: indugio su ogni frase, o per la maggiore me ne disinteresso? Bastone o carota? Da un lato c’è da sistemare del tutto la lingua, il fatto linguistico primario; dall’altro da aggiustare diverse questioni tematiche,

[il giorno dopo, le cinque e mezza. Inizio ora a lavorare, diciamo così. Eccoci. Insomma. Giornata di oggi: revisione auto, cambio gomme, pieno. Cinque piotte. Vai così. Al centrorevisione, comunque, alcune considerazioni utili – detti pensieri – sull’importanza della seconda scrittura. Mi sembra di dover rifare tutto, o quasi. Aggiungere tutto, o quasi. Curioso. La possibilità di scrivere la seconda puntata è quella di scrivere di nuovo la prima, aggiungendo tutto – o quasi – quello che manca, cosicchè si possa evitare del tutto o quasi una seconda puntata.

Devono succedere altre cose. Devo capire da che parte iniziare. Aggiorno presto.

La copertina è questa. L’ho disegnata a mano un giorno che non sapevo cosa fare, e non è che è molto bella, però riempie tutta la pagina e rende abbastanza bene le volontà caleidoscopiche del testo.

fuorirotta

Monday, June 17th, 2024

confuso.

siamo stati a ravenna, questo fine settimana. siamo passati dalle terre basse, dagli argini del reno che portano fino alle valli di comacchio. alfo è partito dal centro di bologna, rava dalla ponticella, io da fuori budrio, l’ho attraversato e li ho trovati lungo una cavedagna, una sterrata a fianco d’uno scolo secco, l’erba tagliata lo stesso alta.

abbiamo pedalato a fianco al reno, a lungo. controvento, il corso del fiume a tratti increspato al punto da sembrare correre al contrario, dal mare in su. con il vento sempre contro, la fatica il sudore il sole che batteva forte, le braccia cotte. alfo ha faticato molto, alla fine era parecchio provato, ma tutti. così si chiude una stagione, l’ultima stagione di studi di un percorso – di studi – iniziato prima dei primi ricordi, la scuola è un tutto che quando ti ci abitui, quando ti accoccoli al pensiero di quella cosa da fare – le verifiche, gli esami, la tesi… – poi è difficile ricordarsi che c’è qualcosa oltre, più avanti, che c’è qualcosa che resta, che è rimasto sempre, tutto il tempo delle verifiche e degli esami e della tesi – che cos’è?

non ricordo. un sogno?

qual è il tuo sogno?

mi domando se mi ricordo qualcosa, se c’è resti – barlumi – di ricordi possibili, di qualcosa in cui ancora credo, o se è tutto andato perduto, se è rimasto solo cocci troppo piccoli per ritornare credibili. non so rispondere, già se apro credibilmente il discorso al me stesso fuori di qui è tanto – è apribile, il discorso?

è pieno di case abbandonate, lungo l’argine del reno. gente che se n’è andata, e non c’è più. questa è una di quelle più grandi, più grosse e più evocative, i cornicioni penzolanti, invaso dall’erba.vorrei tornare per riprendere, e farmi venire in mente cose interessanti al riguardo. e poi? e poi, vendere il prodotto di suddetto sforzo?

vuoi esser professionista in qualche campo? vuoi imparare un mestiere, e riprodurlo, lavorare?

lunedì notte. tenere contatto col terreno, sentire com’è andare avanti, non dimenticare che non si può non andare avanti, che tutto avanza, che siamo in divenire in ogni momento. che l’eterno è ora.

 

Al lavoro

Monday, May 6th, 2024

Nell’orto tutto bene, tante piante sono a terra, nate dal seme: ho fatto tutto io, o quasi. è la prima volta che succede, mi sembra che sia primavera per la prima volta – ma la primavera è una fioritura, o piuttosto una rifioritura? Si nasce o si rinasce? Ci si sveglia o ci si risveglia? Chi sa qualcosa di più, a tal proposito, mi faccia sapere grazie.

Sono qui solo perchè cerco uno scritto, lasciato qui qualche tempo fa.

Cose successe? A febbraio, il nove, è morta la nonna. Di prima mattina. Ora ne scrivo così, come una nota, ma è stata dura, lo è tuttora in certi momenti. Adesso la casa è più vuota e più fredda, e c’è da fare i conti con questa cosa. Tutto si rimedia, tranne la morte, ho letto in un libro scritto da una Cornelia sopravvissuta all’eccidio del cimitero di Casaglia (il titolo del libro è: Vivere, nonostante tutto).

A marzo, l’undici, mi sono laureato. Con centodieci senza lode, con una tesi che poi non ho più riaperto, riguardato. Non l’ho spedita ai miei amici, non sono andato a prenderla dal copistaio – ho spedito ebi per me, il copistaio le ha detto di dirmi di passare a trovarlo, che mi offre un caffè. Siamo abbastanza amici, eppure non ci sono mai passato. Magari domani è il giorno buono.

Poi nient’altro, non siamo ancora andati a Fari (o Masti, come suona meglio?) dopo esserci cinti d’alloro il capo, non sono andato a trovare il Truce alla Ponticella, ma ho incontrato un tassista di nome Carlo Ghini i cui nonni abitavano la casavecchia prima dei miei nonni, dagli anni trenta ai primi anni sessanta. Vive alla ponza, era venuto a farsi un giro, a vedere com’era. Era su una moto grossa, abbiamo chiacchierato, è successo un po’ di tempo fa, un incontro particolarmente casuale quanto emblematico, significativo. Devo andare a trovare il Truce, a vedere come sta.

E poi… e poi, sto lavorando al testo che sia il dono di laurea per i miei tre amici di questi anni. Ho iniziato oggi, con certe trascrizioni diariali, e continuerà per tutto il mese ma spero non molto di più. A tal proposito, ecco tutto. A presto, magari

Passaggio rapido

Tuesday, October 24th, 2023

da quanto che manco! ormai non so più chi sono, chi scriveva, chi sta scrivendo, chi scriverà in futuro quando sarò passato – e se muoio, come si fa a entrare qui, e chi ci entrerà, e cosa capirà di questo spazio senza niente senza senso senza una pagina che spiega chi sono cosa voglio e per chi tifo?
scrivo la tesi con la finestra che dà sull’orto e sui campi e sull’uggia di questa stagione che forse è più calda del solito forse incerta non piove quasi mai ma il suo nome resta lo stesso: au-tun-no.
mancano le poesie da parecchio – le licenze scadute da un pezzo, la poetica da rinnovare patetica è rimasta a snocciolare boiate con gli alcolizzati che gli stanno intorno e quando si distrae gli bevono pure il suo vino.
il braccio meccanico che regge il mic è appassito, avvizzito, non registro da un pezzo, temo di dimenticarmi come si fa, cose che imparai a fatica, con la lungaggine degli anni di chi non è veramente appassionato alle cose, ma solo debuttante, così con un piglio amatoriale – i tossici si nutrono di questa pasta essenziale, il non mettercisi del tutto, ma solo quanto basta, prima dell’ennesima bomba in vena.

non so che dire, un tempo scrivevo mentre sentivo lezioni via web, ora non ci sono più, sono cresciuto ma non abbastanza per andare a lavorare, sto qui nell’età ideale in cui ti svegli alle nove del mattino con la bocca impastata e puoi non lavarti i denti ad oltranza per vedere cosa succede, poi, in fondo. seguo dei sedicenni che non conosco mi stanno sul catso ma non posso dirglielo, e piuttosto ogni tanto sovente esclamo loro guardandoli: che bello il mondo ragazzi, che bel-lo! fatevi un cannone ogni tanto, ma solo ogni tanto, così starete meglio

[se c’è una cosa che non sopporto, quella è l’entusiasmo]

CB: La «Macchina»: non si sfugge dal congegno della Macchina, non soltanto in catena di montaggio. Non si è mai fuori dalla Macchina nemmeno in solitudine, in amore, a tempo «libero», in vacanza, ecc… e nell’entusiasmo, il più letale fra gli elementi pseudomacchinici, l’entusiasmo. l’idea che un momento o un altro qualcosa ti riprenderà il cuore e ti sveglierai e ti convertirai, come: una conversione, o le storie degli adulti che incontri coi ragazzi e ti raccontano che stavano andando per la loro strada e poi si sono redenti, caduti dalla moto incontrando robert poulet sulla via di gazacity hanno sgranato gli occhi e visto per la prima volta la luna e il sole insieme in un groviglio groviera di miele. l’entusiasmo, dannazione! forse ho scritto righe uguali anni fa.

cosa serve questo blocco appunti digitale perpetuo? fra un po’ di tempo, se non salta l’internet, per riguardarmi nelle mie manie mentali, nei meandri irrisolti e incompiuti, nello ‘sfogo’ più bieco, come quando stacchi la testa e ti proponi di scrivere quello che viene e niente di più. non c’è un senso, dietro, una logica forte, una dinamica di relazione o d’irrelazione, d’esclusione, di appartamento: non ci sono strizzate di occhi, solo tristezza non detta.

anche quando esco, quando salvo e pubblico e me ne vado, certo resto qui, in questa nebbia padana frustrata irrisolta non detta, l’inverno ci aspetta e saremo più dentro o più fuori? se trovo il coraggio rileggo qualcosa di questo. ho fatto molti kilometri da gennaio ad oggi, avanti e indietro per la penisola trovando o perdendo cose amici senso e similitudini. ci rivediamo prestassaj

Dipende n ze

Wednesday, January 25th, 2023

Postilla di passaggio fra il pensieroso e quel tempo del limbo che si perde prima di andare a dormire: quando dai un taglio ad una dipendenza – fisica e sostanziale, mettiamo, ecco che affiorano tutte le altre, un po’ alla volta, coi loro malesseri connessi. Ecco i socialnetwork che ribussano alla porta, ricordandoti che c’erano prima loro, ad innaffiarti l’esistenza di sibilanti ossessioni sibilline. Dieci anni fa c’era ancora qualcosa d’interessante, poi ci siamo scoperti tutti dei guardoni, dei mezzi stalker, e poi oggi quel blu di sfondo che qualcuno, a suo tempo, ci disse istigava la dipendenza, ma noi non sapevamo mica cosa farcene, come rispondergli, che se davvero era così, cos’avremmo potuto farci? a quel tempo faccialibro proponeva una gamma di colori possibili, con cui personalizzare ciò che avrebbe ipnotizzato il nostro sguardo [i social hanno sperimentato tante cose, sotto i nostri occhi, grazie ai nostri occhi, ma di volta in volta le modifiche e le sperimentazioni non lasciavano un segno, se non labili tracce nella memoria incosciente; sperimentazioni umane in questa scienza della vita da ormai anni trascorsi], ma poi non se n’è fatto niente, tutto è tornato al monocromo blu dipendenza, una storia vecchia e stinta, ci torno controvoglia, in preda alla noia, ed è un brulichio altalenante fra i contenuti sponsorizzati e quelli ‘consigliati per te’, perché il piccolo mondo che ti sei costruito intorno negli anni è andato appassendo, alcuni sono morti ma neanche lo sai, e nessuno pubblica più granché, così non mi resta che mostrarti ciò che credo possa interessarti, e tu ti interessi perché hai un disperato bisogno di trovare qualcosa che desti il tuo interesse, susciti la tua attenzione bramosa di chicche, curiosità da quattro spicci che potrai rivenderti domani, all’ennesima pausa-studio consumata una dopo l’altra in compagnia di gente che non conosci, ed eppure la senti vocicchiare senza sosta, l’ascolti a malapena ma non vedi l’ora di straparlare, di dire la tua – la rivisitazione rimasticata della boiata che faccialibro ti ha suggerito pensando potesse interessarti, ma per lo più sei tu che hai scelto che ti sarebbe interessata, quasi a qualsiasi costo.

E’ il vecchio che avanza, ci torni con un misto fra lo sdegno e la nostalgia, pubblicano stati soltanto vecchi compagni che ancora trovano qualche emozione nel vedere crescere il numero dei mipiace alle loro farneticazioni, alle loro disillusioni tristi messe in piazza. Ci torni perché c’è una parte di te, racchiusa fra le pareti impalpabili di quel profilo fattosi un giorno, d’improvviso diario, senza realmente volerlo, che si potesse scegliere. C’è tanto di te, tracce insperate, parti della tua storia, emozioni e tempo speso a cercare un riconoscimento, un posto in quell’etere pallido e smunto. Ci torni perché non sai dove andare, come apri whatsup [che tradotto in lingua italica suona cos’è successo? cosa c’è di nuovo? scoperta di adesso che sarà ben presto dimenticata, ed eppure ha un significato non da poco] perché senti il bisogno di dire, o sentirti dire, qualcosa da qualcuno, quasi qualsiasi. Ritorni perché cerchi qualcosa che un tempo trovavi, e ora non sai più dove cercarlo, e allora ci riprovi, per l’ennesima volta, ma ne esci ogni volta sempre più incupito e scippato del tempo della tua giovinezza che se ne va.

Ritorni, perché neanche più puoi bere, per ordine del medico, e a fumare neanche a parlarne. Ritorni, perché vorresti sapere che fine ha fatto quell’amico di un tempo – caro Pietro, chissà che fai adesso, se vivi ancora là, se sei buono come allora, quasi coglione, tanto eri buono, e un giorno hai cambiato scuola e non ci siamo visti più, se non anni dopo, ma c’era del disagio, e quello è rimasto a impregnare l’aria e i ricordi di te -, chissà com’è diventata quella, se ha preso la strada della palestra o quella della cucina, chissà.

Ci torni perché non sai dove andare, e ogni volta che esci è come prima, e in più non capisci dove sei. E l’idea di eliminarti per sempre è come lasciare una parte di te, fa strano, stranissimo. Siamo paralizzati e non riusciamo a rendercene conto.
E’ tempo di far su i nostri stracci, trascrivere quei pochi ricordi, lambiccare un po’ per dare un taglio a quella pagina del nostro passato. Al passato grazie, al futuro… [continua]

(Laverna, 30 dicembre 2022)