Archive for April, 2026

Oggi ho visto un lupo

Wednesday, April 8th, 2026

Oggi ho visto un lupo. L’ho visto davvero, era grande, sporco, bello. Un esemplare bello grande, un maschio solo.

Il lupo

Ma andiamo con ordine, spieghiamo le cose nel modo più adatto a questo fatto. Innanzitutto dove: nella campagna che abito, la pianura in cui vivo da quando sono nato. Dominano qui come altrove segni tipici del paesaggio padano postindustriale, strade ad alto scorrimento solcate di automobili che corrono impazzite, aree industriali che fanno il cielo calcareo, echi di sirene di stoccaggi automatici, rombi di mezzi in movimento, umanità schiacciate agli angoli del quadro. E pure, la campagna persiste indomita, campi di grano a fianco ad altri di erbaspagna, il verde dell’inizio primavera che si alterna al marrone della terra nuda, la strada finisce i campi cominciano, e si distendono sulla linea dell’orizzonte come il nastro della memoria si sovrappone al presente dello sguardo di ciò che ci sta davanti, tutto quello che sta oltre il mio spazio di adesso. La campagna, dunque. È qui che ci siamo incontrati, lupo ed io. Nella campagna bolognese, io che sul mio pulmino adempivo ai miei compiti di serviziocivile, lui che ha scelto quel momento per saltarmi davanti al furgone, spiccare un balzo da un campo all’altro e proseguire a saltelli, tipo. Un animale imperioso, lungo ben più di un metro, grigiomarronfulvo, non so dirne il colore in un concetto compiuto. Ha spiccato questo salto proprio prima che passassi, l’ho visto bene, ha scelto di mostrarsi, in qualche modo. È la cosa che più mi colpisce dell’intera faccenda. Che abbia deciso di mostrarsi a me, in quel momento d’apparente niente di particolare, oramai il consueto giro a recuperare gli abitanti della Capanna che di giorno stanno in giro per Bologna non è più un evento che mi colpisce particolarmente, ed anzi, il traffico gli sbatti gli orari è più un pensiero da sgravare, che un’esperienza da vivere giorno dopo giorno. Oggi c’era S., come nuovo, anche se lui c’è stato diversi anni fa, poi si erano lasciati male. Vivere in quindici venti uomini è bello peso, cinque stanze ha la casa, per contenere fino a una ventina di persone, o quasi. Comunque, non c’entra se non che ero lì per quello, per il mio Scu, e dunque dopo il primo giro avendone caricati otto, sono tornato indietro ho fatto manovra mi sono girato ho passato il confine di casa ed eccolo lì che mi salta davanti, io inchiodo e lo guardo stralunato, ci metto un pochino a rendermi conto di cosa ho visto, un lupo vero davanti a me che corre saltando. Che si fa vedere a me. Conservo quest’occasione come un’opportunità di crescita della consapevolezza. Di cosa? Non so dire di preciso. Di quanto condividiamo lo stesso spazio, di quanto siamo vicini. Di quanto siamo imprendibili, forse, inconciliabili come specie, e dunque destinati a non incontrarci, se non in occasioni come questa di oggi. Che pure accadono, ed è straordinario che sia così. Un lupo che taglia un campo di corsa saltando alle sei di sera è una cosa che non si può dimenticare facilmente.

Fascinazioni ispirazioni del rapporto uomolupo

Balto

Il libro della giungla di Kypling

L’occhio del lupo di non so chi – Pennac?

Balla coi lupi – film che non ho visto

Lupo Alberto, le massime

La felicità del lupo, Paolo Cognetti

Attenti al lupo, Lucio Dalla

[uno spazio per quelli che stasera non mi vengono in mente

ma verranno]

Sull’ultima volta delle ultime volte. Chiudere un cerchio – Due di Enrico Brizzi (Harper Collins, 2024)

Saturday, April 4th, 2026

Chi scrive sa che mente. È normale, non c’è alternativa a questo fatto: scrivere è mentire, non c’è niente da dire.

Fa freddo, se sei fuori e sei vestito male, solo vestiti leggeri, che fino a poco fa c’era il sole e metteva tutto a posto lui, o lei non so, e comunque il maglioncino bastava, eccome. Quando se ne va il sole è tutto diverso. Solo gli aerei continuano a partire sopra la tua testa, a quelli non manca il carburante per andarsene chissaddove chissà. Guardi le ultime luci della sera, il cielo che si fa scuro mano a mano e ti dice che sono le otto passate, ogni attimo passa e il tempo con lui, che tu lo voglia o no. Siedi sereno, nulla potrebbe turbarti, a questo punto disteso fra i fumi e i barlumi del vino inebriante, ultima bottiglia della cantina presso cui hai prestato servizio, con tanto di contratto e contributi versati. Nulla può turbarti, solo il freddo ti inquieta. Presto ti alzerai e muoverai qualche passo, per andare dove chissà, sempre nel circondario di questo paesello di campagna che non è neanche un comune, no, e che in fin dei conti non ha quasi nulla da dire, al mondo agli altri o a sé stesso, quasi nulla davvero. Ritrovarsi fa male ogni volta, fa rendere conto della sperdutezza, del profondo della provincia in cui si sta versati e non c’è verso di uscirne, non c’è modo né interesse. Siamo nella provincia speranza sperduta. Camminerai su strade già camminate e conosciute. Non c’è via di fuga, non ci pensare, sei più tranquillo. Non ce n’è bisogno. Quel bicchiere ti chiama mentre un aereo passa e va a Varsavia. Dopo cosa c’è, gli chiedi tu. Ti dice non lo sai, c’è il mondo. Gli dici che non sai se è così, forse c’è il baratro. Il freddo è sottile e sale poco a poco. Agamennone cedeva dopo ben di più che questo, ricorda mister Omero in panchina. Certo che sì. E a bicchieri come andava, il vecchio Agamennone? È in questa circostanza che presento la mia recensione a questo libro, iniziata qualche giorno fa e conclusa oggi. Sempre allegri

Chiudere un cerchio – Due di Enrico Brizzi (Harper Collins, 2024)

Uno. Dopo poco più di mezzo libro

Stamattina sono stato a Castiglione dei Pepoli ad accompagnare Namir a fare i raggi ai piedi, perché il chirurgo che deve operarlo glieli ha prescritti d’urgenza. Abbiamo fatto l’autostrada e c’erano banchi di neve per terra, le pareti alberate chiazzate a spruzzi della bianca caduta in questi ultimi giorni di freddo. Oggi però c’era un sole e un cielo limpido che metteva allegria. Sulla strada del ritorno l’ho portato in biblioteca, forse era la prima volta che metteva piede in una biblioteca, non ho indagato più di tanto, non mi sembrava troppo importante. Gli ho detto: questa è la casa dei libri, li prendi gratis, in prestito. Gli parlavo come a un bambino. Un bambino uomo marocchino di quasi sessant’anni che non sa leggere, o comunque certo non in italiano, che ha letto pochi pochi libri nella sua vita. Comunque, per l’appunto, l’ho portato in biblioteca dove ho preso Due di Enrico Brizzi, il seguito di Jack frusciante è uscito dal gruppo, pubblicato per la prima volta – credo – nel 1994 e che fu un caso editoriale nonché un esordio folgorante: non mi interessa parlarne qui. O meglio: dico solo quello che mi interessa dire. È meglio per tutti.E allora, innanzitutto. Ho letto Jack frusciante che avevo (già) finito le superiori, anche se la storia è quella di un diciassettenne in crisi d’amore dopo che la storia della sua vita è cominciata e finita nell’arco di una primavera. Lei parte per l’America, lui si strugge. L’avevo letto a vent’anni, forse meno, l’avevo trovato parte di me, pezzi che rivedevo e che se n’erano andati, passaggi che avevo attraversato, la fine della prima volta, l’emblema della fine della scuola, tutto quello che c’è dopo. Non l’avevo letto a diciassette anni, ma li avevo ancora in corpo. Mi era piaciuto molto, l’avevo consigliato a P., amico di Saragozza, lui l’aveva letto e mi aveva detto: ci sta, non mi ha fatto impazzire, ho apprezzato molto i pezzi sulla bici. Una parte di me era scandalizzata, perché era tutto così vero, per me, quel libro, che vederlo ridotto a un libro come un altro non mi andava giù. L’ho riletto, più volte, talvolta a pezzi, altre volte al computer, altri pezzi. È un libro che funziona, che va al sodo, che non ci gira intorno, come si suole dire. Al contrario, Due gira parecchio intorno alle cose, alle storie, le allunga e le dilata al punto che te ne accorgi, anche tu che cerchi in quel libro parti di quello che eri quando hai letto il primo la prima volta, te ne accorgi e ti dispiace, perché lo vedi, che ci gira intorno, e pure vedi che anche tu hai preso a farlo, non dici più subito quello che vuoi dire – che poi, magari quello che vuoi dire magari spesso neanche lo sai, e questo ora come allora – ma fai lunghi giri di parole vuote, voli pindarici a precipizio sul niente, cose così. Forse è un pericolo sempre in agguato, forse Jack frusciante era l’eccezione alla regola, che potrebbe essere: girarci intorno come prassi. È più lungo del primo, Due, e talvolta sembra proprio che il brodo allungato sia il presupposto del creato. Ci ha messo tanti anni a scriverlo, o comunque a decidere di scriverlo. Forse è il peso di quei dubbi, quell’ansia di doversi spiegare che sempre corre il rischio di fottere l’autore, di condannarlo ad essere semplicemente uno che spiega le cose, perché ansioso di non essere capito.

Due. La fine meno venti pagine

Mi appunto: Spiegare il personaggio di Alex più del dovuto. Perché? Perché è il protagonista della storia, l’alterego dell’autore; perché in quell’anno americano lui è casa e fa diciott’anni e scrive quella storia, la loro storia impossibile che si fa linfa della storia del libro, e passa quella primavera a scrivere quel libro, e il proseguo della storia – la trama di Due – racconta allora della scrittura del primo, di Jack frusciante, dell’annodomini novantatré sebbene la trama del primo risalga all’anno precedente, in un gioco di specchi che è la realtà dell’autore, la sua giovinezza imperante di allora, i sobbalzi emotivi la seconda occasione che è la scrittura (riprendendo le parole di Delillo) e tutto quello che avrà seguito alla scrittura e alla pubblicazione di quel libro. Le fughe francesi e le divagazioni del personaggio, convogliate in Bastogne, e poi quella pace rassegnata che è la fine del carnevale dei regaz di AndreaCosta raccontato in Tre ragazzi immaginari, mi pare si chiami così. E così vanno gli anni novanta del Brizzi, con il sottoscritto che si trova a leggere questi libri, quasi per caso, che i venti del nuovo millennio già fanno presa da un po’. Non so perché, ho letto questi libri, questo bolognese richiamo che non so spiegare. La mia storia s’imbrizzisce quando il fratello da latte della saga frusciantiana si scopre essere il prof che tiene la seconda metà del corso di storia contemporanea, il primo trasmutato dal fisico al virtuale nei mesi primaprimaverili del duemilaventi passato. Il suo pezzo d’esame – online – è quello che mi ha alzato da ventinove a trenta, e come pensarlo un cattivo insegnante? Ci parlava di Mussolini con molta verve, ora ha fatto carriera, dirige un corso di laurea su giornalismo e gioco del calcio.

Ecco qual era la differenza fra i ragazzi e gli adulti. I primi non potevano ancora sapere chi sarebbero diventati, ma nei grandi continuava a vivere qualcosa del passato (278)

Ci sono momenti che non tornano, amica mia, ed è la loro bellezza. Non abbiamo il diritto di rovinarli solo perché siamo arrabbiati o impauriti (283).

Tre. Finito, dopo qualche giorno

L’happy ending senza storia è compiuto. Lei torna, si rincontrano ed è la fine del romanzo. Gli occhi si incontrano, si vedono e si leggono: tutto quello che non si erano potuti dire si può vedere leggere scritto in faccia. Lei torna e lui torna ad essere felice, dopo una cornice d’anno metanarrativa che ripercorre le gesta del precedente Alex D., in quell’anno preannunciato e particolarmente funesto. Che dire, insomma, infine? C’è da esprimere un giudizio? Giammai. Un parere? Chissà. Perché l’ho letto, cosa ci ho trovato? Ciò di cui avevo bisogno, forse. E sono stato accontentato. Ho avuto quel che volevo, non si può che dire. Questo è il limite a cui era condannato il libro, e questa è la pena che ha scontato. Il tempo del romanzo si prolunga e si dilunga ma la storia latita, perché è storia di un’attesa. Cerca di farti aspettare insieme a lui, il Brizzi, e ci riesce, tutto sommato. Ti inganna con quei retropensieri tipici suoi, qualche marchettata al passato, evergreen della sua scrittura posttondelliana. Comunque sia, per me è il libro giusto, per essere concreto e sintetico. È il libro giusto perché rispecchia le premesse e ritorna con le precisazioni che servono, tralasciando le cose inutili. Cerca di portarsi dietro il fardello di trame del primo libro, non so dire se ci riesce. Non so cosa pensi Brizzi di questo libro, se l’abbia dichiarato. Se lo ha pubblicato si vede che era convinto. E così sia. Due è il seguito e la fine di Jack Frusciante è uscito dal gruppo, trent’anni dopo. Si chiude una fase, un’era, e Brizzi ci condanna a un lietofine in cui non credeva più nessuno, ed era la forza del primo libro. Eppure, ecco qui l’ipocrisia borghese. Ma non c’è da farne un problema: è il naturale corso delle cose. Condannati a un epilogo da nozze e villetta a schiera sui colli che era la premonizione delle prime pagine del primo libro, l’auto ibrida e quella elettrica e lo studio in centro, i viaggi di lavoro, le feste in famiglia da organizzare al meglio. E vabbè, viene da dire alla fine. Arrivederci e grazie. Un giorno li leggerò in sequenza e scriverò la recensione parte due di questa, due di due. E così sia. Buonanotte ai sognatori, e buona pasqua.