Lo dicono lunedì
Wednesday, March 18th, 2026L’ultimo lunedì di inverno, dice il calendario. E purlostesso, il primo giorno di un’altra settimana. Il programma dice: Saturare questa voglia di evadere, evadere anche lei. Dirsi che è un’altra ultima volta, e brindare alla sua insalubre salute, nonostante tutto. Viverla ogni volta come l’ultima, con una passione irrisolta perché morbosa e finale, e terminale insieme. Ogni sera come fosse l’ultima. Ogni birra come fosse l’ultima, Ogni canna come fosse l’ultima. Chi mi conosce sa che quando parlo di me è solo perché non ho nient’altro da dire. Risemantizzare, mi coccolo in bocca questa parola. Dare nuovi significati, trovarli, crederci. Ingollare birra fredda pensando che domani non ce ne sarà più. Prendere un paio di forbici e il portafoglio: tagliare in quattro pezzi il bancomat. Scappare dalla dittatura della carta magnetica che fa da lasciapassare per ogni fuga. Fuggire la fuga. Fugarla. Vedere un culo perfetto e pensare che è solo questo, un culo perfetto, e niente più. Un grande fardello, grande quanto perfetto. Una manna sul capo, il peso della consapevolezza che il volto non sarà mai a quell’altezza siderale. La consapevolezza che nessun esercito di culi perfetti salverà questo mondo fottuto.
Saturare gli spazi, i tempi: ridare voce ai luoghi. Viverli in silenzio, senza pensieri né droga. Togliere valore allo svago, ridare dignità all’ozio. Provare a non fare tardi, provare a fare presto. Alzarsi all’alba, camminare nel primo mattino con le luci fioche, la nebbia sui campi, la brina. Ascoltare la propria stanchezza, coltivare il corpo come un orto. Ascoltare il dolore fra le scapole, chiedergli come ti ho fatto male, come posso aiutarti. Toccare lieve questo gonfiore addominale, parlarci, essere gentile. Questi liquidi frizzanti, quest’aria compromessa, viziata: mi hai gonfiato come un palloncino. Sgonfiarsi, fare fuori l’aria da palloni gonfiati, boriosi, iniqui. Coltivarsi semplici nello sguardo, essere pazienti e devoti alla semplicità dello spirito, esser grati del rapporto, lieti nel rapporto.
Il bicchiere di acciaio e la birra fredda che scalda le giunture del corpo, accoccola i sensi e il cervello, che si distende nell’idea di esser a fine corsa, dopo la giornata, a due passi da casa, in quell’ora che è senza impegni, quel tempo libero dalle fatiche del giorno, la sera. Cani che abbaiano e ringhiere che cigolano, suono di passi donna con cane. Si avvicina poi si allontana e sembra andarsene.
Esigenza di risemantizzare:
L’anticipo e il posticipo
La partecipazione elettorale
L’abbaiare dei cani in coro a Montecitorio
I parchi pubblici e i giardini incantati
I voli degli uccelli nel vento della sera
L’importanza del benessere del corpo nella vita politica del paese
La questione della cittadinanza
Il prezzo politico allo schimico notturno
La solitudine come condizione indotta
Le transazioni elettroniche
Le scariche di dopamina provocate dalle notifiche su instagram
Le pubblicità di temu
Riascoltare musica vecchia di dieci e passa anni fa mentre si va a lavorare in macchina
Trovarsi adulti e non sapere a chi chiedere né a chi rendere conto
Gli impegni di lavoro fuori da lavoro
L’insegnamento come concezione educativa nel mondo odierno
Il ruolo sociale delle bugie
L’egemonia culturale dei social
La parentela
L’accelerazione nella vita individuale
Luis Sal e Toni Pitoni a Sanremo
La birra a stomaco vuoto
L’evasione di lunedì
Tutto quello che non faremo mai
Custodire i segreti
La fioritura degli alberi pubblici
Sentirsi in pace nella propria schiavitù (che i moderati democratici chiamano sudditanza o ancor meglio cittadinanza)
La schiuma nel bicchiere freddo
Sentirsi in pace col proprio corpo
Il rombo dei motori degli aerei come presupposto di inizio dello scatenamento di un inenarrabile scansionamento di eventi
Camminare sul corso degli argini dei fiumi
Avere sedici anni o ventisette o cinquanta
Portare fuori il cane alle tre e mezza di notte e beccare un fuso in bici che torna a casa dopo una serata agli orti di via erbosa con certi suoi amici delle superiori
L’ululare dei cani nella notte chiusi nei garage del benestante mondo progressista
Le mani fredde del tempo fuori
I colloqui coi genitori cancellati dai genitori
La scuola pubblica
I mezzi pubblici
La democrazia
I pomeriggi chiusi in casa
Il salario di base universale
Le liste di cose senza senso
Sentire tutto ma non sapere cosa fare
I cannoni a fine giornata
Il dubbio se chiamare il pusher o meno, la sensazione che meno sia meglio
Tutte le province del mondo
I posti dimenticati in cui comunque qualcuno ci vive e magari crea senso
Tutto quello che non ha senso e purlostesso vive vegeta impera
Lo sputo represso in ragione del passaggio di una macchina
La contemporaneità della saturazione
Le ragazze greche ad Atene
Vivere in un altro posto e non sapere più dove si vuole vivere
Rimanere senza casa per la vita, girare per dormitori, case di accoglienza, rifugi
La primavera con il male alla schiena e dover lo stesso lavorare ogni giorno
La coda in tangenziale
Il vicino a spasso col cane stanotte
Le poesie senza rime
Farsi una botta al culmine della ripresa
Quel culo oggi pomeriggio che davvero era l’unica cosa da riprendere perennemente
Il cibo in eccesso nel processo di produzione
Gleison Tayson che ti prende per il culo
Il rumore del traffico chissaddove
Ubriacarsi senza sensi di colpa se si può
L’eco di un rutto nel quartiere caseggiato
Il sapore del bosco solo accennato
Dirsi ti amo con la paura della bugia
I libri scrivono le cose o le le fanno
Più o meno queste cose, a pelle. Questo blog è il porto di tutto ciò, e di più. Tornerà in vigore: un clic. Bip. Beppe. Beep. Il villeggiato che mormora all’intruso. Sfogarsi su questo blog, che è nato per questo. Sforare qui, in sostanza, e non altrove. È una parola. Serve la pratica: lo yoga. La non pratica della droga. Mi chiedo se sono pronto, mentre assumo la detta di punto. Il parchetto è un luogo parecchio incentivante, penso. Il cervello è in un lago. Mi sento come un ago alla gola, e pure è solo lo spigolo di una canna. La cena, una focaccia allo stracchino, esito della provvidenza odierna nostrana. Meno male che nessuno o quasi sa di questo blog. Comunque sia, non so cosa mi tiene in piedi, sinceramente. Il corpo sa che è quasi ora di nanna, questo certo. Eppure persiste, è saldo nel suo stare. Incassa la birra in gola come un pugile al tappeto i pugni del suo competitor, che lo saccagna come un dannato per assicurarsi la vittoria iridata. Eppure sto stronzo non sta ancora a terra, eppure incassa i colpi sulla difensiva come un pippotto davanti a Maictaison. Prende pugni senza darne, perché ha paura di fare male, tutto ad un tratto.
C’è un prof che va a scuola, una scuola di provincia, un istituto tecnico professionale come un altro sulla faccia della terra. Il preside è un po’ un babbo, lui subentra ad anno in corso, non dico la materia per privacy, diciamo così. Si trova lì, a regger baracca e burattini ad anno in corso, a fare il suo gioco, a cercare attenzioni distratte dal telefono. Che storia è? Una qualsiasi. Di colpo si trova a fare il prof. Finisce il virtuale, è una roba bella. Notte!